“Prima di Xi Jinping il sistema politico cinese si basava su un principio di leadership collettiva, ereditato da Deng Xiaoping, che prevedeva una distribuzione del potere tra diverse figure e organismi del Partito. Questo meccanismo serviva a evitare derive personalistiche come quelle dell'epoca maoista. Con Xi questo equilibrio è stato progressivamente smantellato. Il potere si è accentrato in maniera molto più marcata: è diventato personale, ma anche più profondamente partitico. Xi ha accumulato un numero eccezionale di incarichi, ha eliminato il limite dei due mandati presidenziali e ha costruito una struttura decisionale fortemente verticale. Parallelamente, il Partito comunista ha rafforzato la sua presenza in ogni ambito della società: economia, università, tecnologia, apparato militare. Non si tratta solo di un aumento dell'autoritarismo, che era già una caratteristica del sistema, ma di una sua trasformazione qualitativa: la Cina è diventata anche più ideologica. Il ‘pensiero di Xi Jinping’ è stato inserito nella Costituzione, un riconoscimento che lo pone sullo stesso piano simbolico di Mao”. Lo afferma, in una intervista alla Gazzetta di Mantova, l'ambasciatore ed esperto Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina e capomissione in Cina. “La parola chiave per capire questa evoluzione è controllo. La campagna anticorruzione, inizialmente necessaria per ripulire il sistema, è stata anche uno strumento per eliminare rivali politici. Oggi il controllo si esercita in modo capillare, anche attraverso la disciplina delle élite e degli apparati. Il risultato è uno Stato-partito più centralizzato, ossessionato dalla stabilità del regime e dalla prevenzione di qualsiasi rischio di destabilizzazione, anche alla luce della lezione della caduta dell'Unione Sovietica”. E aggiunge che “la Cina si trova di fronte a un problema strutturale: evitare la cosiddetta 'trappola del reddito medio', cioè il passaggio da crescita accelerata a stagnazione. Per mantenere la stabilità sociale, il Paese ha bisogno di crescere intorno al 4,5-5% annuo, anche per assorbire milioni di lavoratori ogni anno. Ma questo obiettivo è reso più difficile da diversi fattori: crisi del settore immobiliare, invecchiamento della popolazione, squilibri tra salari e sistema pensionistico. Un altro elemento critico è la debolezza dei consumi interni. Le famiglie tendono a risparmiare molto, anche per compensare le carenze del sistema sanitario e previdenziale. Questo limita il ruolo della domanda interna. Di conseguenza, l'export rimane fondamentale. Tuttavia, il modello economico sta cambiando: non può più basarsi solo su bassi costi e produzione di massa. La sfida è spostarsi verso prodotti a maggiore valore aggiunto”. Inoltre “il costo della manodopera è aumentato e alcune produzioni si stanno spostando verso altri Paesi asiatici, come Vietnam e Indonesia. Per restare competitiva, la Cina deve puntare sulla qualità, sull'innovazione e sulla tecnologia. Non a caso, gli investimenti pubblici in questi settori sono massicci. La logica è chiara: passare da 'fabbrica del mondo' a potenza industriale avanzata, capace di competere sulle tecnologie strategiche e sulle filiere ad alto valore”. E conclude: “Pechino tende a privilegiare relazioni bilaterali con i singoli Stati europei, perché un'Europa divisa è più facile da gestire. Questo è il rischio principale: il cosiddetto 'divide et impera'” ma “l'Europa non può isolare la Cina, ma nemmeno permettersi una relazione sbilanciata”. (26 ago - red)
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