“Non c'era tempo per scappare, l'acqua è arrivata in mezz'ora travolgendo tutto”. Con questa testimonianza diretta da Dhunge, nel distretto nepalese di Nuwakot, si misura la violenza dell'apocalisse che ha travolto il confine tra Nepal e Cina nelle ultime trentaquattr'ore. Una gigantesca valanga di ghiaccio e rocce, precipitatasi dai versanti tibetani nel bacino del fiume Lhende e incanalatasi lungo il Bhote Koshi, ha generato una colata detritica senza precedenti che ha letteralmente spazzato via interi villaggi montani, inghiottito snodi di confine e reciso le comunicazioni su entrambi i lati della frontiera.
Mentre i bilanci ufficiali continuano ad aggiornarsi a ritmo frenetico, le vittime accertate superano quota 160. In Nepal, la Polizia Nazionale ha confermato il recupero di 157 corpi, mentre le autorità cinesi della Regione Autonoma del Tibet hanno segnalato almeno tre morti accertati nel distretto di Gyirong. Ma è il dato sui dispersi a delineare la reale portata della tragedia: oltre 800 persone in Nepal e centinaia sul versante cinese figurano come irreperibili.
LA STRAGE LUNGO LA VIA DEI PELLEGRINI E DEI TREKKERS. L'ondata di fango e rocce ha travolto una delle arterie geografiche più frequentate dell'Himalaya. L'evento si è verificato in concomitanza con le celebrazioni del festival induista di Janai Purnima e durante il picco stagionale dei viaggi verso il Monte Kailash e il lago Mansarovar, siti sacri situati in Tibet e venerati da pellegrini indù, buddisti, giainisti e bonpo.
Secondo i dati diffusi dal Ministero del Turismo di Kathmandu e confermati dalle forze di polizia, tra i dispersi figurano circa 341 turisti stranieri. L'India paga il tributo più pesante con almeno 133 cittadini irreperibili, la maggior parte dei quali pellegrini in viaggio verso il Kailash. Le cancellerie internazionali seguono l'evoluzione delle ricerche con apprensione: gli Stati Uniti segnalano 47 cittadini irreperibili, mentre Parigi lavora per rintracciare un contingente di circa 80 francesi registrati nell'area del Langtang. Mancano all'appello anche decine di cittadini britannici, australiani, canadesi e un gruppo di tecnici sudcoreani impegnati nei cantieri idroelettrici lungo la valle.
IL COLLASSO DEL GHIACCIAIO: LE RILEVAZIONI SCIENTIFICHE DELL'USGS. Nelle prime ore successive al disastro, le autorità locali e la diplomazia nepalese avevano ipotizzato che l'origine della catastrofe fosse un terremoto. Gli strumenti dell'United States Geological Survey (USGS) avevano infatti registrato un'attività sismica iniziale stimata in magnitudo 4.4, poi rivista a 5.2. Tuttavia, l'analisi condotta dagli esperti dell'USGS e i rilevamenti satellitari di Planet Labs hanno rettificato l'origine del fenomeno: l'impulso sismico registrato dai sensori non è stato provocato da una scossa tettonica, ma dal violento collasso della lingua inferiore di un ghiacciaio sul versante tibetano. Una massa enorme di ghiaccio e detriti rocciosi è precipitata nella valle sottostante, sbarrando temporaneamente il corso del fiume Lhende Khola. Il repentino cedimento della diga naturale ha liberato una muraglia d'acqua e fango alta diversi metri che si è incanalata verso il fiume Bhote Koshi e la valle del Trishuli, demolendo abitazioni, ponti e infrastrutture elettriche fino al distretto di Nuwakot.
SPAZZATO VIA IL VALICO STRATEGICO DI GYIRONG. Sul versante cinese, la furia della colata si è accanita contro il porto commerciale di Gyirong, lo snodo strategico situato a circa 1.800 metri d'altitudine che garantisce i collegamenti via terra tra la Cina e il Nepal. Le immagini diffuse dalle emittenti di Stato cinesi come CCTV e agenzie come Xinhua mostrano una colata di sedimenti densi profonda oltre un metro e mezzo che ha sommerso le strutture doganali, spazzando via centinaia di tir e veicoli commerciali in attesa di attraversare il confine.
Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato la mobilitazione di massa, inviando nell'area del valico oltre 600 soccorritori e mezzi specializzati per la rimozione delle macerie. Le squadre di emergenza di Pechino hanno tuttavia confermato che i collegamenti stradali, le linee elettriche e le comunicazioni con il porto di Gyirong sono stati interamente distrutti e che occorreranno ore per penetrare nei settori più colpiti a causa del fango alto e delle piogge battenti.
CORSA CONTRO IL TEMPO E L'ALLERTA NEI FIUMI INDIANI. In Nepal, il primo ministro Balendra Shah ha convocato una riunione d'urgenza del Gabinetto di governo, schierando oltre 3.000 agenti della Polizia Nazionale e reparti dell'esercito per gestire l'emergenza. I soccorsi procedono in condizioni estreme: la distruzione di almeno 19 ponti e di oltre 40 chilometri di rete stradale ha isolato intere vallate, costringendo i soccorritori a trasportare i feriti a piedi o tramite elicotteri verso gli ospedali della capitale Kathmandu e del distretto di Rasuwa.
La portata della catastrofe ha travalicato i confini nepalesi e cinesi, proiettando i suoi effetti verso sud. Il corso del fiume Trishuli sfocia infatti nel sistema idrico del Gandak, che attraversa il confine con l'India. Le autorità degli Stati indiani dell'Uttar Pradesh e del Bihar hanno attivato i protocolli di massima allerta, avviando l'evacuazione preventiva di oltre 10.000 residenti lungo le sponde dei fiumi e disponendo il pattugliamento notturno degli argini. Il primo ministro indiano Narendra Modi ha garantito l'invio immediato di tonnellate di aiuti umanitari e medicinali a Kathmandu.
Nel frattempo, gli scienziati del Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato delle Montagne (ICIMOD) lanciano un nuovo allarme: la presenza di ulteriori ostruzioni detritiche non stabilizzate lungo il corso del fiume al confine tra Cina e Nepal potrebbe innescare una seconda ondata di piena improvvisa, complicando ulteriormente le operazioni di ricerca e soccorso. (27 AGO – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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