«Se una parola può esprimere l’essenza dell’arte classica, quella parola è proporzione, alla quale i Greci diedero il significato preciso di uguaglianza di rapporti»: così parlò Piergiorgio Odifreddi. In effetti il principio di proporzione attraversa il linguaggio dei matematici per approdare nel mondo della filosofia, così da far pensare che essa non acceda solo alla tecnica ma costituisca una sorta di legge universale che domina anche l’arte ed il bello (pensiamo all’armonia che promana dalle sculture classiche greche).
È proprio alla proporzione o proporzionalità che ho pensato riflettendo sulle due vicende che hanno infiammato (è il caso di dirlo) il dibattito politico nel luglio scorso: quella del gioielliere di Grinzane Cavour che ha inseguito ed ucciso a colpi di pistola due rapinatori e quella di Fakir morto a Bologna durante un fermo di polizia.
Spostando infatti l’attenzione dal campo dell’arte a quello del diritto e del vivere civile i fondamenti della democrazia stanno dentro un orizzonte di proporzionalità. La proporzionalità è un attributo della solidarietà e, in buona sostanza, un corollario del principio di eguaglianza sostanziale. E si tratta di una parola ed un principio da declinarsi sotto molteplici angolazioni.
Esprime anzitutto una scala di valori; per non andare troppo lontano dagli esempi richiamati diciamo che la vita e la proprietà stanno su due gradini diversi ed è inutile dire quale delle due si collochi sul gradino più alto. Ne deve derivare che, secondo il diritto che ci governa, la reazione ad una offesa deve essere proporzionata al pericolo corso. La difesa cioè per essere legittima non deve oltrepassare la frontiera che separa la protezione della proprietà dal rispetto della vita umana.
Il che sposta il discorso sul tema dell’uso della forza. Sappiamo che le democrazie moderne nascono nel momento in cui lo Stato acquisisce il monopolio nell’uso della forza, sottraendolo ai singoli cittadini, che quindi non possono farsi giustizia da soli. Ma è evidente che anche l’uso della forza da parte dell’autorità statale deve sottostare all’aurea regola della proporzionalità. Chi deve far rispettare l’ordine pubblico in sostanza non può trasformarsi in un giustiziere che decide la pena e contestualmente la esegue.
Si tratta di principi elementari che sembrano però lontani anni-luce dalla realtà che ci circonda; la realtà di un mondo incattivito (vedi le tante guerre in atto) e di una società incattivita, sempre meno disposta al rispetto delle regole, anche di quelle che dovremmo ritenere scontate. Il tutto all’interno di un contesto nel quale i modi bruschi e le maniere forti vengono dalla politica governante elevati a sistema, in contrasto, oltre che con la proporzionalità, anche con la ragionevolezza. Ed allora: profluvi di decreti sicurezza, scudo penale per gli agenti, tentativo di ampliamento delle maglie della legittima difesa, sull’onda del principio per cui la difesa è sempre legittima.
E il peggio è che non si intravede nemmeno in lontananza uno spiraglio, che possa consentirci di coltivare una pur flebile speranza di cambiamento.
*Professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa
(© 9Colonne - citare la fonte)





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