“Aprire lo Stretto di Hormuz è una priorità, il mondo si trova di fronte a una catastrofe industriale se la crisi continua”. È con questo drammatico avvertimento che il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al-Ansari, ha sintetizzato ai media americani la gravità dello stallo geopolitico e navale che sta sconvolgendo i mercati energetici internazionali. Il blocco di fatto del passaggio marittimo, esacerbato dai recenti raid reciproci tra gli Stati Uniti e l'Iran contro le petroliere, sta spingendo l'economia mondiale sull'orlo del baratro, con conseguenze devastanti soprattutto per i Paesi occidentali e riflettendosi in un crollo di gradimento per il presidente americano Donald Trump, incapace finora di disinnescare l'escalation.
I dati di tracciamento marittimo forniti da Kpler confermano il quasi totale congelamento delle rotte: negli ultimi dieci giorni è transitata nello stretto una media di appena 10 navi merci al giorno, il livello più basso registrato dallo scorso maggio. Le tensioni sull'offerta globale continuano a far impennare i prezzi del greggio. Il Brent registra un ennesimo rialzo dello 0,35%, attestandosi a 97,34 dollari al barile, alimentando il timore che il barile possa presto sfondare la quota psicologica dei 100 dollari e travolgere i costi energetici occidentali.
Di fronte al blocco navale imposto da Teheran, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che Washington adotterà “misure decisive” e che si sta coordinando con i partner regionali per impedire che le interruzioni alla navigazione diventino la norma. Tuttavia, dal canto suo, la leadership iraniana rivendica con fermezza la linea della forza: le autorità di Teheran hanno affermato che il costante miglioramento dei propri missili balistici dimostra la piena volontà di agire in modo preventivo contro qualsiasi minaccia esterna.
L'ONDA D'URTO IN ARABIA SAUDITA E LA RISPOSTA DELLA COALIZIONE. Le ripercussioni dell’attrito tra Iraq e Iran, che vede il primo quale principale teatro d'ombra del confronto tra Washington e Teheran e della destabilizzazione regionale si fanno sentire con estrema violenza anche nella Penisola Arabica. Nelle prime ore di questa mattina, un'ondata di attacchi sferrata dai ribelli yemeniti Houthi, sostenuti da Teheran, ha colpito pesantemente il territorio dell'Arabia Saudita.
Il bilancio ufficiale provvisorio fornito dalla coalizione a guida saudita parla di almeno 73 persone ferite, tra cui figurano anche donne e bambini. Il portavoce della coalizione, il generale Turki Al-Maliki, ha definito gli assalti un'azione “insensata” e una “pericolosa escalation”, precisando che i droni e i missili degli Houthi hanno preso di mirato deliberatamente “siti civili ed economici” nelle città di Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran.
Nonostante i prolungati tentativi di Riad di rimanere al di fuori del confronto diretto tra Washington e Teheran, i raid subiti già a partire dallo scorso luglio avevano interrotto una tregua di fatto che durava da circa quattro anni. A fronte delle incursioni di stamattina, Al-Maliki ha annunciato che il comando delle forze congiunte metterà in atto una risposta risoluta e adotterà “tutte le misure operative necessarie” per neutralizzare le minacce e proteggere la sovranità del Regno.
LA CRISI UMANITARIA IN YEMEN E IN LIBANO. La ripresa su vasta scala delle ostilità sta generando un conto umano altissimo e una catastrofe umanitaria parallela che si estende su più fronti della regione. In Yemen, i rinnovati e violenti combattimenti che stanno interessando i governatorati di Taiz e Hodeidah hanno provocato un esodo di proporzioni imponenti. Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall'inasprimento degli scontri avvenuto lo scorso 3 settembre a oggi si contano già circa 18.500 persone sfollate. Un'emergenza che rischia di travolgere le già precarie strutture d'accoglienza della zona. Non meno tragico è il quadro che giunge dal Libano. Il Ministero della Sanità di Beirut ha diffuso il bilancio aggiornato delle vittime degli attacchi israeliani condotti nel Paese tra il 2 marzo e il 6 settembre: i raid hanno causato la morte di 4.362 persone e il ferimento di altre 12.378. Numeri che evidenziano come l'intero Scacchiere mediorientale sia ormai avvolto in un unico, gigantesco incendio bellico da cui la diplomazia internazionale non riesce a trovare una via d'uscita. (8 SET – deg)
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