di Paolo Pagliaro
Sette milioni di persone in età lavorativa in meno nei prossimi venticinque anni: è la cifra attorno a cui ruota la denuncia di Veronica De Romanis su La Stampa. In un Paese che invecchia a questa velocità, il cosiddetto capitale umano dovrebbe essere la priorità assoluta di qualunque governo. Invece l'Italia continua a trattare la scuola come una voce di spesa comprimibile, non come un investimento. L’istruzione assorbe appena il 4% del Pil, contro il 4,7% della media Ue e percentuali doppie in Svezia e Belgio. La spesa pubblica per istruire i giovani è scesa al 7,3%, ultimo posto in Europa, in calo dall'8,1% del 2013. Nel frattempo, secondo l'OCSE, un insegnante italiano guadagna tra il 25% e il 35% in meno rispetto a un laureato impiegato altrove, un disincentivo che contribuisce, al progressivo svuotamento di attrattività della professione. Le conseguenze si misurano nei risultati: le prove Invalsi certificano che solo uno studente su due comprende davvero un testo o sa svolgere operazioni matematiche di base.
Sul fronte universitario, appena il 31,1% dei 25-34enni ha una laurea, contro il 44,8% europeo. De Romanis ha ragione a sottolineare il cortocircuito politico: i giovani pesano sempre meno elettoralmente, mentre i bonus – più visibili, più immediati, più elettoralmente redditizi – restano lo strumento preferito da destra e sinistra. Ma un Paese che perde forza lavoro a ritmi demografici drammatici non può permettersi di scommettere sul consenso di breve periodo. Servirebbe una coalizione disposta a giocarsi la propria credibilità sul capitale umano. Ma per ora, di questa coalizione non c'è traccia.





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