“C'è un altro posto chiamato Pickaxe Mountain. Un altro bel posto. Potremmo dover fare un tentativo anche lì, perché qualcuno ha detto che c'è stato un piccolo movimento in quel luogo”. Con queste dichiarazioni - scatenate al pari della folla di fan che lo ha osannato per più di due ore - rilasciate sul palco della convention di metà mandato del Partito Repubblicano ad Dallas, il presidente americano Donald Trump ha riaperto l'ipotesi di nuovi attacchi diretti contro le infrastrutture nucleari sotterranee della Repubblica Islamica. Durante l'intervento tenutosi nella notte italiana, l'inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino il complesso montuoso di Pickaxe, ritenuto dai servizi di intelligence un punto nevralgico per l'assemblaggio di centrifughe ad alta efficienza e scampato alle prime mandate di bombardamenti statunitensi. “Abbiamo notato una certa attività a Pickaxe. Consiglierei all'Iran di non fare il furbo, perché dovremo colpirli duramente. Non abbiamo scelta, vero?”, ha avvertito il tycoon davanti ai sostenitori del partito. Le parole dell'amministrazione giungono in un momento di estrema tensione geopolitica, in cui il dibattito strategico a Washington ruota attorno alla reale capacità delle munizioni convenzionali di scalfire i bunker scavati in profondità nella granita.
LO STRETTO DI HORMUZ E LA SCOMMESSA ECONOMICA SULLA FINE DEL CONFLITTO. Oltre agli avvertimenti militari, l'intervento di Trump ha toccato direttamente la crisi energetica globale innescata dal blocco navale e dalle continue scaramucce nel Golfo. Rivendicando il pieno controllo operativo dell'arteria marittima strategica, il presidente si è spinto a una battuta dai contorni geopolitici: “Controlliamo lo stretto di Hormuz. Penso che dovremmo chiamare lo stretto di Hormuz... dovremmo chiamarlo lo stretto di Trump... dovrei ricavarne qualcosa... lo stretto di Trump”. A margine dell'evento, parlando con i cronisti, il leader americano ha offerto una stima temporale precisa sulla durata dello scontro, collegandola direttamente alla scadenza elettorale interna: “Penso che la guerra finirà subito dopo le elezioni. Penso che la guerra finirà subito dopo le elezioni perché non possono più resistere”. Nelle intenzioni della Casa Bianca, il termine delle ostilità dovrebbe dunque coincidere con un rapido calo dei prezzi dei carburanti alla pompa, sebbene l'attuale andamento dei mercati internazionali rifletta un quadro d'allarme ben diverso.
ESPLOSIONI SULLA COSTA IRANIANA E RAID CONTRO LA BASE IN GIORDANIA. Sul campo di battaglia, il quadro delle ultime ore si presenta frammentato e in continuo deterioramento. Questa mattina le emittenti statali di Teheran hanno segnalato forti esplosioni e proiettili che hanno colpito diverse zone costiere del Paese, in particolare nei pressi di Sirik, nella contea di Minab e sull'isola strategica di Qeshm. Gli attacchi seguono la violenta risposta sferrata nella notte tra martedì e mercoledì dalle forze iraniane contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, dove sono di stanza le truppe statunitensi. Fonti qualificate hanno confermato l'avvenuto danneggiamento di diversi assetti aerei americani: circa otto caccia F-15 hanno riportato danni di lieve entità e sono già stati rimessi in operatività, mentre un velivolo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt (noto come Warthog) ha subito la perdita di un'ala. Non si registrano vittime tra i militari statunitensi. L'attacco contro la base in Giordania è arrivato come rappresaglia del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in seguito all'azione condotta martedì dagli Stati Uniti, che avevano distrutto cinque petroliere iraniane accusate di violare le restrizioni navali. Durante l'ondata di attacchi con droni e missili balistici sferrata dalle milizie filo-iraniane, i sistemi di difesa americani schierati ad Azraq hanno lanciato oltre 30 missili Patriot. La massiccia risposta difensiva riaccende l'allarme dei vertici del Pentagono riguardo al rapido prosciugamento delle scorte di munizioni di precisione e di intercettori di fascia alta.
LO SCONTRO DIPLOMATICO ALL'AIEA E L'IMPENNATA DEL GREGGIO. Sul fronte diplomatico, le decisioni assunte dagli organismi internazionali registrano una spaccatura insanabile. Il Consiglio dei Governatori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha votato ieri il deferimento ufficiale dell'Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, motivato dal prolungato rifiuto di Teheran di cooperare nell'inchiesta sulle tracce di uranio riscontrate in siti non dichiarati. La risoluzione, promossa congiuntamente da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, ha incassato 23 voti favorevoli. Immediata e durissima la reazione del governo iraniano. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha bollato il provvedimento come un atto basato su invenzioni prive di fondamento tecnico: “Attaccano gli impianti nucleari iraniani protetti da salvaguardie, interrompono il normale processo di verifica e poi usano proprio questa interruzione come pretesto per emanare una risoluzione al Consiglio dei Governatori”. Le scosse militari e la paralisi delle trattative internazionali si sono, come ampiamente prevedibile, tradotte quindi nell'ennesima fiammata sui mercati delle materie prime. Ieri il prezzo del greggio Brent ha sfondato la soglia psicologia dei 100 dollari al barile per la prima volta dalla fine dello scorso maggio. Gli analisti di Goldman Sachs stimano che un prolungato stallo militare nello Stretto di Hormuz possa spingere le quotazioni del barile ben oltre i 120 dollari, minacciando la tenuta economica globale. (10 SET / deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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