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Sostituiremo una debolezza
con una eguale e contraria?

Sostituiremo una debolezza <br> con una eguale e contraria?

di Paolo Pombeni

Con la chiusura della Festa dell’Unità a Reggio Emilia Elly Schlein ha raccolto platealmente il guanto di sfida che Giuseppe Conte le ha lanciato più volte e che ha ribadito dalla Festa del “Fatto Quotidiano”. Ci si può chiedere se siamo davanti ad una battaglia politica. A noi sembra piuttosto che siamo di fronte ad uno scontro di demagogie.
Si è fatto ogni sforzo per dare l’impressione che nel consolidamento del campo largo ci sarebbero stati due momenti: prima un confronto sul programma della coalizione e poi uno scontro fra due aspiranti leader nelle primarie, ma una volta sistemato il primo punto. Per ora non si vede proprio come possa reggere questo schema uno-due. La constatazione è semplice: intanto il confronto fra i due aspiranti alla designazione come candidati premier è già cominciato mettendo sul terreno divergenze piuttosto radicali su un terreno chiave per un candidato alla guida del governo come è la politica estera. In secondo luogo non si vede come, ove anche questa divergenza potesse essere composta in un programma attraverso trovate retoriche, al momento del confronto alle primarie si possa immaginare sia che i candidati non rimettano in campo le opposte concezioni sia che i votanti non si ricordino di quelle per caratterizzare i due profili.
È possibile immaginare che Schlein o Conte rivedano i posizionamenti che hanno sbandierato in questi giorni? La domanda è ovviamente retorica. Conte sa perfettamente che le sue possibilità di successo alle primarie sono legate alla mobilitazione di quel confuso sentimento erroneamente definito pacifista che è trasversale all’elettorato del cosiddetto campo largo. Coi soli voti di M5S non ha chance di vittoria. Schlein sa altrettanto bene che sulla politica estera, specie sulla questione ucraina, si fonda tanto la possibilità di tenere l’unità del PD senza rischiare scissioni dei riformisti, quanto la sua credibilità come candidato premier, perché un capo del governo schierato con gli utopismi pacifisti sarebbe squalificato verso le classi dirigenti italiane ed europee.
Bisogna dire che quanto a mostrarsi all’altezza di dirigere il Paese in una fase tormentata come quella verso cui ci stiamo dirigendo entrambi i candidati si sono mostrati piuttosto scarsi. Conte si vanta di essere già stato a Palazzo Chigi, ma, indipendentemente dal giudizio che si possa dare sui suoi governi, nei discorsi attuali non ha certo rivelato doti di statista. Ha fatto tanta demagogia, ha lisciato il pelo a vari ambienti rumorosi dell’opinione pubblica, ma non abbiamo visto uno straccio di proposta concreta circa le politiche che coerentemente si potrebbero mettere all’opera.
Schlein si dice sia priva di esperienza di governo, ma che stia studiando molto per prepararsi ad essa. Sorvolando sul fatto che in realtà dal 2020 al 2022 è stata vice presidente della Regione Emilia Romagna e assessore al welfare senza che siano ricordate sue significative performance in questi ruoli, dei suoi studi da statista non lascia al momento trapelare nulla: i programmi politici che propone sono titoli di paragrafi, ma lo svolgimento è del tutto assente. Nel confronto fra i due al momento non si vede uno scontro di grandi figure, né, per altro, i rispettivi staff rivelano personalità dalle forti capacità programmatiche.
Se si ha contezza di questo quadro, si può ben capire perché assistiamo a due movimenti neppur troppo sotterranei. Il primo è ciò che, abbastanza arrivato nelle cronache politiche, punta a trovare quello che alternativamente si può chiamare il papa straniero o il terzo candidato alternativo, uomo o donna che sia. Bisognerebbe credere che i vertici della coalizione siano in grado di trovare davvero questo “mister/miss X” capace sia di accontentare tutti, sia soprattutto di imporsi all’elettorato. Per adesso non si è visto nulla di simile. Il secondo è quello che punta a condizionare il candidato premier con una rete di ispiratori, lobbisti, forse anche faccendieri vari, in modo di portare al governo con lui un gruppo più o meno nuovo di classe dirigente. Il fatto è che, per quel che si riesce ad intuire, né la rete che farebbe capo a Conte, né quella che starebbe intorno a Schlein, sembrano dare affidabilità quanto a solide competenze necessarie per governare con successo almeno relativo una fase complicata come quella che ci attende.
Certo ci si può sempre difendere rilevando che dall’altra parte, cioè attorno ai vertici della attuale maggioranza di destra-centro, non è che sia visibile proprio un parterre affollato di statisti, o anche solo di solidi uomini e donne di governo. Tuttavia non si sa quanto l’alternativa di sostituire una debolezza con una eguale e contraria sarà in grado di mobilitare le forze profonde del paese.
Perché questa è la questione di fondo che domina nel momento attuale: cosa può portarci fuori da questa fase di lotta di populismi e demagogie riaccendendo le capacità di resistenza del Paese di fronte alle gravi crisi che fronteggiamo. A tutti quelli che vogliono candidarsi a prendere la guida del futuro governo si deve chiedere di accreditarsi come capaci, per dirla con una battuta azzeccata di Giorgia Meloni, di nuotare nella colla.
Ci vogliono capacità di visioni, realismo di analisi, tenacia nel costruire le soluzioni passo dopo passo. Come dire: bisogna davvero essere politici nel senso pieno del termine. Se poi fosse possibile avere anche statisti, ancora meglio
(da mentepolitica.it)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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