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direttore Paolo Pagliaro

LA CORSA AI MONUMENTI
CHE DIVIDE WASHINGTON

LA CORSA AI MONUMENTI <BR> CHE DIVIDE WASHINGTON

“Se la decisione della Corte sarà negativa e non verrà ribaltata dalla Corte Suprema, la ricostruzione e la ristrutturazione del Kennedy Center semplicemente non avranno luogo”. Questa minaccia, lanciata attraverso i social media dall'inquilino della Casa Bianca, esplicita la natura dello scontro politico, legale e culturale in corso sulle rive del Potomac. Washington si trova al centro di un’imponente offensiva urbanistica, dove la revisione dei luoghi simbolo della capitale federale si intreccia con una serrata battaglia legale tra il governo e la magistratura. La tensione si è alzata ulteriormente nella notte tra mercoledì e ieri quando il presidente americano Donald Trump è stato immortalato dalle telecamere mentre, a bordo dell’Air Force One al suo rientro alla base di Andrews, esaminava attentamente un grande cartello esplicativo. La grafica mostrava ruspe e macchinari pesanti intenti a rimuovere le macerie di un edificio con una scritta inequivocabile: “Kennedy Center DEMOLISHED”. Un'immagine clamorosa che ha immediatamente fatto il giro della stampa federale e dei media internazionali, arrivando poche ore dopo la decisione del Ministero della Giustizia e del consiglio di amministrazione dell'istituzione di procedere alla chiusura immediata e totale del complesso per asseriti motivi di sicurezza.

La mossa di sbarrare gli ingressi al tempio della cultura washingtoniana segue di due giorni il duro pronunciamento del giudice distrettuale Christopher Cooper, il quale ha bloccato il tentativo del cda — composto in larga parte da fedelissimi della Casa Bianca — di apporre il nome del tycoon sulla facciata della struttura. La sentenza ha stabilito in modo perentorio che soltanto il Congresso possiede l'autorità legale per modificare l'intitolazione di un monumento nazionale dedicato alla memoria del trentacinquesimo presidente statunitense John F. Kennedy. Per scavalcare il divieto della magistratura, l'amministrazione ha paventato il rischio di crolli strutturali dovuti all'usura, motivando con l'incolumità pubblica l'ordinanza di chiusura e subordinando la riapertura del polo culturale al via libera per l'intitolazione a Trump. I legali dell'opposizione e diverse associazioni di cittadini hanno subito inoltrato un ricorso urgente per denunciare quello che definiscono un vero e proprio “ricatto istituzionale” volto a provocare il degrado della struttura pur di piegare le sentenze dei giudici.

L'irrigidimento sulla gestione del polo artistico non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un disegno più ampio di ridefinizione del paesaggio monumentale della capitale. Proprio ieri sono emersi dettagli riservati del National Park Service relativi al progetto firmato dall'amministrazione per la costruzione di un imponente Arco di Trionfo alto circa settantacinque metri nei pressi del Memorial Circle. I documenti ufficiali dell'agenzia federale ammettono apertamente che l'opera arrecherà “effetti negativi non evitabili” al patrimonio storico e visuale dell’area. La colossale struttura in granito andrebbe infatti a spezzare il prospetto storico che unisce il memoriale dedicato ad Abraham Lincoln al cimitero militare di Arlington, stravolgendo l'asse simbolico della riconciliazione nazionale ideato nell'Ottocento. Nonostante gli avvertimenti degli esperti di tutela paesaggistica e i ricorsi presentati da varie associazioni di veterani — preoccupate anche per i pesanti impatti sul traffico cittadino e sulla viabilità dei cortei funebri —, il governo federale intende tirar dritto, limitandosi a proporre misure di mitigazione immateriale come la creazione di pannelli informativi e siti web esplicativi.

A completare questo ambizioso e discusso programma di trasformazione urbana si è aggiunta ieri la stima dei costi per un altro tassello chiave della strategia presidenziale: la privatizzazione e trasformazione del campo da golf pubblico di East Potomac Park in un circuito professionistico da diciotto buche. Secondo un dossier interno del National Park Service, il piano di riqualificazione del terreno demaniale comportava un'uscita prevista tra i venti e i quarantanove milioni di dollari, con la pubblicazione del bando di gara fissata per l'inizio del prossimo anno. L'impronta che l'amministrazione intende lasciare sulla topografia di Washington palesa una chiara traiettoria politica. Attraverso l'uso sapiente delle leve dell'esecutivo, delle nomine negli enti di tutela e dei finanziamenti per le infrastrutture pubbliche, la Casa Bianca sta conducendo una partita serrata per ridefinire l'estetica e i simboli dell'intera capitale federale. L'ostinazione con cui si persegue questa agenda di rinnovamento architettonico riflette il tentativo profondo di sovrapporre la propria narrazione alla memoria storica della nazione, sfidando a viso aperto le sentenze dei tribunali federale e la resistenza delle opposizioni.

NELLA FOTO: come dovrebbe apparire il contestatissimo "Arco di Trump" (18 SET – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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