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Immigrazione clandestina,
il “rigurgito” di Ceuta

Immigrazione clandestina, <br> il “rigurgito” di Ceuta

di Piero Innocenti

La situazione a Ceuta dopo l’ingresso, il 31 luglio scorso, di alcune decine di migliaia di migranti provenienti dal Marocco, continua ad essere problematica anche se per molti stranieri è scattato il rimpatrio forzoso e molti sono rientrati volontariamente. Questo “rigurgito” del flusso migratorio era in qualche modo prevedibile dopo l’attivazione di veri “tappi” sulla costa libica (grazie anche alle consistenti provviste di aiuti economici e di mezzi forniti dalle nostre autorità) ma anche su quelle tunisina e algerina che hanno impedito come avveniva nei tempi passati la massiccia partenza di stranieri provenienti dai paesi sub sahariani in fuga da guerre, rivolte tribali, carestia, epidemie, fame.
Tra le conseguenze della crisi di Ceuta c’è la sospensione temporanea di Schengen da parte dell‘Italia, aspramente criticata dal governo spagnolo che per ritorsione ha adottato analogo provvedimento. La crisi non è ancora risolta e ci sarebbero forti tensioni nella enclave spagnola causate dai migranti che rifiutano il rimpatrio e tendono trappole alla polizia e alla Guardia Civil scavando buche mimetizzate lungo le strade. E’ probabile che si creino, in altri punti vulnerabili dei confini dell’UE, analoghe fiammate di flussi migratori che si sono ridotti perché migliaia di stranieri, in condizioni disumane, vengono trattenute nei centri di detenzione libici. In Italia secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno (Direzione Centrale dell’Immigrazione e delle Libertà Civili), alla data del 16 settembre scorso, il numero dei migranti sbarcati dal primo gennaio 2026 è stato di 21.393 ( di cui 4.314 minori non accompagnati) contro i 48.730 dello stesso periodo del 2025 (8.804 i minori) con una presenza totale di immigrati in accoglienza sul territorio nazionale di 126.768 di cui 466 negli hot spot, 86.744 nei centri di accoglienza e 39.558 nei centri SAI ( strutture dedicate all’accoglienza integrata di migranti, rifugiati e richiedenti asilo). Nel 2026 sono aumentati i rimpatri con 6.027 casi di cui 5151 forzati e 876 volontari assistiti (erano stato stati 4.519 nello stesso periodo del 2025 e 3.706 nel 2024).
I rimpatri, lo ricordo, non sono di facile attuazione considerati i costi molto alti, la necessità del riconoscimento dell’autorità consolare del paese di provenienza, i limiti precisi per l’uso coercitivo delle misure del rimpatrio fissati dalla direttiva 2008/115/CE e, soprattutto, la mancanza di accordi con i paesi di origine che possono anche rifiutare il ritorno di un loro cittadino quando lo ritengano pericoloso per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Le decisioni di rimpatrio, poi, debbono essere adottate “caso per caso”( come indicato nel “sesto considerando” della citata direttiva), non limitandosi a prendere in considerazione il semplice fatto del soggiorno irregolare ma valutando anche il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Otto anni fa, con l’obiettivo di aumentare i rimpatri , con il decreto legge 2017/13, si era deciso l’ampliamento della rete dei Cpr (Centri per i rimpatri) su tutto il territorio nazionale. La realtà è che da allora ne sono stati attivati solo due (in provincia di Potenza e a Trapani ed uno, costosissimo, in Albania) con una capacità ricettiva totale di poco più di 700 posti. Cpr oggetto in questi giorni di particolare attenzione mediatica per una indagine in corso da parte della Polizia di Stato di Ravenna nei confronti di oltre venti medici che avrebbero rilasciato certificazioni false per impedire l’invio di stranieri irregolari nei Cpr.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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