Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

PUTIN, VITTORIA FACILE
PER UNA LEVA DIFFICILE

PUTIN, VITTORIA FACILE <BR> PER UNA LEVA DIFFICILE

“I cittadini hanno espresso la loro fiducia e confermato la bontà del corso politico stabilito per il paese”. Con queste parole la presidente della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova ha sigillato ieri a tarda sera l'esito (scontatissimo) della tre giorni di consultazioni per il rinnovo della Duma di Stato. Il verdetto uscito dalle urne assegna a Russia Unita oltre il 57% dei consensi nella quota proporzionale, garantendo al partito di governo una maggioranza blindata nell'emiciclo di Mosca. Ma dietro l'apparente linearità del risultato rituale, la mappa politica che si disegna all'indomani del voto rivela le tensioni sotterranee di un paese alle prese con le scadenze cruciali di un conflitto di logoramento. Di certo, la conferma del totale controllo sulle istituzioni parlamentari permettono alla dirigenza di presentarsi compattata (“monolitica”, per usare un termine dal sapore sovietico) di fronte agli interlocutori internazionali. Tuttavia, proprio la chiusura della parentesi elettorale apre ora per la leadership russa una fase incerta, segnata dalla necessità di bilanciare le esigenze operative al fronte con la tenuta economica e sociale del paese.

LA SPINTA DEL VOTO E IL NODO DELLA MOBILITAZIONE. Fino a ieri, l'imperativo tattico delle autorità era stato quello di preservare un clima di relativa normalità, rinviando qualsiasi scelta suscettibile di alterare il consenso o di provocare contraccolpi nell'opinione pubblica. Chiusi i seggi e registrato il plebiscito, il quadro strategico adesso cambia radicalmente. Negli ambienti analitici e nei canali informativi europei e d'oltreoceano si rincorrono con insistenza le indiscrezioni su un imminente piano di chiamata alle armi, che potrebbe coinvolgere fino a 400mila reclute per colmare l'attrito e il tasso di perdite registrato nelle ultime settimane lungo la linea di contatto dell’infinito co0nflitto in Ucraina. I dati raccolti da centri studi indipendenti indicano che il flusso di arruolamenti volontari remunerati, che ha sostenuto lo sforzo bellico negli ultimi mesi, ha ormai superato la soglia di rendimento ideale, non riuscendo più a pareggiare le perdite mensili sul campo. Con l'utilizzo sempre più pervasivo dei droni e l'intensificarsi degli scontri d'artiglieria, il ricorso a una nuova coscrizione forzata appare agli osservatori militari come l'unica opzione tecnica per mantenere la pressione sulle difese avversarie. Tuttavia, l'ipotesi di firmare un nuovo decreto di mobilitazione pone il presidente russo Vladimir Putin di fronte a un dilemma politico complesso. La prima chiamata parziale del settembre 2022 aveva provocato una frattura profonda nel tessuto sociale, innescando l'uscita dal paese di centinaia di migliaia di giovani e tecnici qualificati e accentuando il solco tra le grandi metropoli occidentali e le province rurali o periferiche. Nonostante l’apparente intangibilità del suo potere, il capo del Cremlino potrebbe permettersi di scatenare una nuova ondata di “diserzioni preventive”?

TRA STABILITÀ METROPOLITANA E PRESSIONE PERIFERICA. Il mantenimento della stabilità interna ha poggiato finora su un patto implicito: risparmiare quanto più possibile i grandi centri urbani come Mosca e San Pietroburgo, attingendo la forza lavoro militare prevalentemente dalle regioni più remote o economicamente depresse. Un reclutamento di vasta portata da 400mila uomini rischia tuttavia di rompere questo equilibrio, costringendo le strutture di leva a pesare in misura maggiore anche sui distretti metropolitani e spingendo l'impatto del conflitto all'interno della classe media urbana. A questo elemento si aggiungono le ripercussioni sul sistema economico reale. L'eventuale sottrazione di ulteriori centinaia di migliaia di lavoratori attivi aggraverebbe la carenza di manodopera che già interessa diversi settori produttivi, in una fase caratterizzata da tensioni sull'inflazione, fluttuazioni sui mercati dei carburanti e difficoltà nelle catene di distribuzione dei beni di consumo.

Il governo si trova così a dover calibrare una scelta di fondo: accelerare sui reclutamenti per alimentare la capacità offensiva a est, rischiando di alimentare l'ansia e la stanchezza della popolazione, oppure dilazionare la chiamata nel tempo con misure parziali, accettando il rischio di un ridimensionamento dei ritmi operativi sul terreno.

IL SEGNALE ALLE CAPITALI ESTERE E LE PROSPETTIVE NEGOZIALI. Sul piano esterno, l'azzeramento della presenza di un'opposizione strutturata contraria alla linea del Cremlino – confermato dall'esclusione della lista proporzionale di Yabloko per decisione giudiziaria e dal ridimensionamento dei candidati indipendenti nei collegi uninominali – invia un messaggio preciso alle diplomazie occidentali. La composizione del nuovo parlamento, dominato da Russia Unita e affiancato da partiti che condividono le direttive di fondo in materia di difesa e politica estera, intende dimostrare che le sanzioni e la pressione economica non hanno intaccato l'architettura di potere a Mosca.

Al tempo stesso, il superamento dello scoglio elettorale libera la dirigenza da condizionamenti d'immagine immediati, rimuovendo il blocco tattico che ha congelato i canali di contatto formali durante la campagna elettorale. Con la legislatura appena avviata e senza altre scadenze alle urne all'orizzonte, la leadership russa dispone di un margine temporale più ampio per valutare l'andamento delle interlocuzioni informali con i mediatori internazionali. I prossimi mesi chiariranno dunque se la solida maggioranza ottenuta ieri alla Duma servirà da rampa di lancio per un ulteriore inasprimento del conflitto sul campo o se costituirà la base per gestire, da una posizione di apparente compattezza interna, l'avvio di un tavolo di trattativa condizionato dai costi umani ed economici della guerra.

(21 SET – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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