Orientamento, valutazione e benessere: i giovani chiedono una scuola che li sostenga. Il 43,4% degli studenti dichiara di non disporre di informazioni, conoscenze e competenze sufficienti per compiere una scelta consapevole per il proprio futuro e anche il 38,9% degli studenti del quinto anno ha bisogno di ulteriore supporto. Il 56,2% talvolta non comprende perché la propria valutazione è diversa da quella di un compagno, il 25,9% trova incomprensibili alcuni voti troppo bassi, mentre appena il 17,9% ha perfettamente chiari i motivi del voto o del giudizio ricevuto. Il 48,5% degli studenti si sente protetto solo in parte dalla scuola rispetto a bullismo, cyberbullismo o discriminazioni, il 36,3% per niente, e solo il 15,2% si sente del tutto protetto. I risultati rinviano tutti a una richiesta: una presenza educativa più continua, leggibile e vicina alle difficoltà concrete degli studenti. È quanto emerge dai tre Rapporti realizzati nell’ambito della prima annualità del Progetto Iride “La scuola vista dai giovani”, dedicati all’orientamento, alla valutazione degli apprendimenti e allo stare bene a scuola. Per ciascun argomento sono stati ascoltati circa 8.000 studenti degli ultimi tre anni di corso di 61 scuole secondarie di secondo grado; alle loro risposte si affianca una rilevazione su 1.000 diplomati tra 18 e 24 anni. Per il 90,3% degli studenti la scuola è prima di tutto un luogo nel quale fare nuove conoscenze e amicizie. L’80,4% va d’accordo con i compagni, il 75,1% considera sereno il clima della classe e il 77,1% non si sente giudicato dai coetanei. Quando si chiede che cosa faccia stare meglio a scuola, il 54,0% indica il rapporto con i compagni di classe; seguono la ricreazione (23,3%), il rapporto con gli altri studenti (21,4%), e le ore percepite come più leggere con il 20,9%. Buoni voti e utilità degli apprendimenti raccolgono valori inferiori. La socialità quotidiana, tuttavia, non sempre diventa una rete di aiuto: tra chi ha subito un abuso, il 34,9% non si confida con nessuno, il 37,0% si rivolge alla famiglia, il 27,2% ad amici esterni alla classe e soltanto il 14,8% agli insegnanti. Il 55,8% degli studenti afferma di poter contare sui docenti in caso di necessità e il 51,3% si sente incoraggiato e stimolato. Negli istituti professionali le quote salgono rispettivamente al 61,2% e al 57,2%. Questa disponibilità generale, tuttavia, non sempre si traduce in un confronto nei momenti più delicati. Come mostra il basso ricorso ai docenti in caso di abuso, lo stesso scarto emerge quando nasce un conflitto sulla valutazione: il 35,6% discute con il docente di un voto ritenuto ingiusto senza ottenere risultati e il 29,5% rinuncia in partenza perché considera inutile il confronto. Solo nel 4,6% dei casi lo studente arriva a riconoscere le ragioni dell’insegnante e nel 6,0% il voto o il giudizio viene modificato. Tra gli studenti che intendono continuare gli studi, solo il 25,5% ha già individuato il corso al quale iscriversi; il 32,3% conosce soltanto l’ambito di interesse, il 32,2% è indeciso tra più opzioni e il 10,0% non ci ha ancora pensato. Anche in quinta, il 29,2% è ancora indeciso. La transizione al lavoro presenta lacune operative: il 51,5% si ritiene poco o per niente capace di trovare le offerte, il 45,1% di scrivere una lettera di presentazione, il 43,7% di preparare un buon curriculum e il 38,7% di sostenere un colloquio. Il 45,0% degli studenti indica le lezioni più interattive e dinamiche come la prima leva per migliorare la scuola. Seguono programmi più attuali per il 32,0%, meno verifiche per il 31,9%, e meno ore di lezione per il 30,3%. Inoltre, il 57,3% ritiene che gli insegnanti assegnino troppi compiti, il 54,7% ritiene che nel proprio percorso si studi troppo e il 52,1% si sente poco o per niente stimolato ad andare a scuola. Non si tratta soltanto di una domanda di alleggerimento, ma la richiesta riguarda il senso del lavoro scolastico e il legame tra contenuti, esperienza e futuro. Solo il 9,3% afferma che tutti i docenti spiegano i criteri con cui assegnano voti e giudizi; per il 34,1% lo fa la maggioranza, per il 49,4% soltanto alcuni e per il 7,3% nessuno. Anche la restituzione è debole: il 76,5% svolge compiti a casa senza ottenere un voto, un giudizio o una discussione con il docente, il 74,7% viene a conoscenza del voto soltanto attraverso il registro elettronico, il 57,6% affronta prove in classe senza ricevere un feedback. Il 56,4% ritiene inoltre che gli insegnanti non siano obiettivi nei giudizi; il 44,3% considera le valutazioni poco o per niente eque. Il 71,0% considera la scuola una fonte continua di ansia e stress. Quando si chiede quale stato d’animo prevalga, il 51,0% indica l’ansia, il 46,0% la noia, il 25,8% la serenità, il 18,7% la felicità e appena l’8,0% l’entusiasmo. Il 73,7% ritiene che il modo di vivere la valutazione influenzi il rendimento; il 35,5% ha saltato almeno una volta la scuola per paura di una prova pur essendo preparato. Il 71,2% dei diplomati giudica buona o ottima l’esperienza vissuta, contro il 46,2% degli studenti ancora a scuola; il 60,8% consiglierebbe la propria ex scuola, a fronte del 47,3% di chi la frequenta. Tra i diplomati l’83,9% considera utili le conoscenze acquisite, il 69,7% ciò che ha imparato per la vita e il 54,5% per il lavoro. Anche il ricordo degli spazi migliora: il 39,1% li definisce funzionali, contro il 21,6% degli studenti, e il 24,2% puliti, contro il 7,4%. Resta però elevata la quota di chi li ricorda vecchi, pari al 33,7%. Il tempo rende più articolato il giudizio, ma non cancella la memoria dell’ansia (53,8%), dei criteri poco chiari e dei feedback insufficienti. (22 set-red)
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