di Paolo Pagliaro
I principali istituti di ricerca economica tedeschi hanno raddoppiato la stima di crescita per quest'anno, dallo 0,6 all'1,3%. Un risultato che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato fuori portata per un Paese che veniva descritto come il grande malato d'Europa.
Le ragioni di questo recupero dicono molto sugli effetti contraddittori delle guerre. Il conflitto con l'Iran ha innescato uno shock sui prezzi dell'energia che ha frenato l'economia tedesca, già strutturalmente fragile su questo fronte. Ma poiché la stessa guerra ha colpito duramente la capacità produttiva dei concorrenti della regione del Golfo, si sono aperti spazi di mercato che la Germania ha saputo occupare. Il risultato è che export e manifattura, i due pilastri tradizionali del modello tedesco, sono cresciuti in modo sorprendente, sostenuti anche dalla tenuta della congiuntura mondiale e dal boom globale dell'intelligenza artificiale. E, almeno finora, i rincari dei carburanti non si sono trasmessi in modo significativo al resto dei prezzi.
C’è però un dato politico che gli analisti del Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung hanno voluto inserire nel loro rapporto ed è il timore che l'avanzata dell'AfD possa diventare un fattore di rischio economico. Il populismo anti-immigrazione - hanno scritto - potrebbe rendere la Germania meno attraente per i lavoratori qualificati stranieri, aggravando una carenza di manodopera già seria. È un avvertimento che vale anche per l’economia italiana, ma poiché da noi l’agenda la detta Vannacci nessuno ne parla.





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