L'anticiclone subtropicale riporta punte di 30 gradi e blocca le piogge sull'Italia fino all'inizio di ottobre. I tentativi dell'autunno di prendersi la scena continuano a fallire. Manca ancora la classica tempesta equinoziale, quella che di norma apre la stagione delle piogge, e il tempo è influenzato dal rapido passaggio di perturbazioni. “Un vasto anticiclone posizionato a ovest sbarra la strada alle perturbazioni atlantiche e genera una poderosa onda di calore sull'Europa occidentale - come spiega Andrea Meloni di TempoItalia.it -. Gli unici scossoni degli ultimi giorni sono arrivati da est, con correnti più fredde che lambiscono ancora il nostro Paese. Questa circolazione settentrionale ha portato un clima finalmente tipico di fine Settembre, con piogge e temporali su parte del Centro-Sud Italia. Sarà però una parentesi breve. Le correnti fresche ci accompagneranno fino alla prima parte del weekend e lasceranno solo un po' di instabilità residua all'estremo Sud e sulla Sicilia. Poi lo scenario si ribalterà. La rimonta dell'Anticiclone Africano sarà rapida, spinta con decisione da masse d'aria calda di origine subtropicale. Sarà una struttura particolarmente solida, perché si unirà all'alta pressione continentale presente tra l'Europa Nord-Orientale e la Russia. Ne nascerà una vera coda d'estate su tutta la Penisola, che si farà sentire soprattutto nelle ore centrali della giornata”, “negli ultimi giorni di Settembre le temperature raggiungeranno valori particolarmente alti per il periodo. Al Nord Italia si confermeranno massime di 28°C in pianura, con qualche grado in più sull'Emilia. Al Centro e al Sud la colonnina di mercurio potrà sfiorare o toccare i 30°C in diverse località del versante tirrenico. La regione più calda sarà la Sardegna, dove l'entroterra occidentale potrà arrivare a 32°C. L'anticiclone non farà da barriera soltanto per l'Italia, ma circa due terzi dell'Europa finiranno sotto il suo controllo, in uno scenario molto lontano da quello tipico dell'autunno. Le perturbazioni atlantiche riusciranno appena a lambire i Paesi occidentali senza sfondare, e saranno costrette a salire verso latitudini molto settentrionali. È lo stesso pattern estivo che da settimane caratterizza l'Europa, e terrà ancora a lungo lontane le piogge vere e proprie. Le prime crepe nel dominio anticiclonico potrebbero comparire non prima del 30 settembre o 1 ottobre, con insidie su entrambi i fronti. Da est, nuove infiltrazioni fresche raggiungeranno il Sud Italia con qualche lieve disturbo. Da ovest, il flusso atlantico proverà a scalfire la forza dell'alta pressione e richiamerà correnti più umide a partire dal Nord-Ovest Italia. Sulle regioni più occidentali potrebbe arrivare qualche pioggia, ma l'anticiclone non cederà facilmente. Le piogge potrebbero slittare al 5-7 ottobre. Anche questa tendenza va presa con cautela: le svolte annunciate con molti giorni di anticipo sono proprio quelle che vengono rinviate più spesso. Il copione si ripete spesso: a dieci o 12 giorni di distanza le proiezioni mostrano la rinfrescata, le piogge o la fine dell'anticiclone. Poi, aggiornamento dopo aggiornamento, il cambiamento si sposta più in là. Succede spesso con la fine del caldo africano, come in questi giorni, ma vale per qualunque svolta. Accade soprattutto nella stagione fredda, quando il gelo annunciato con largo anticipo spesso non arriva. Non è un errore grossolano dei modelli matematici: è il modo in cui funziona la previsione numerica.
Tutto parte da una rilevazione completa dello stato dell'atmosfera. Stazioni al suolo, palloni sonda, satelliti, aerei di linea e boe oceaniche raccolgono ogni giorno milioni di misure di temperatura, pressione, umidità e vento. Questi dati vengono ricomposti in uno stato iniziale coerente, una specie di istantanea tridimensionale del pianeta. Il modello matematico divide poi l'atmosfera in una griglia di celle disposte su decine di livelli, dal suolo fino alla Stratosfera. Applicando le leggi della fisica, calcola come cambierà ciascuna cella nei minuti successivi. Il calcolo si ripete migliaia di volte fino a coprire due settimane: un lavoro enorme che solo i supercomputer, sempre più potenti, riescono a completare in poche ore. Il punto debole è proprio la fotografia di partenza, che non è mai perfetta. Le osservazioni sono scarsissime sugli oceani, sui deserti e in alta quota, e l'atmosfera amplifica ogni imprecisione. Una differenza minima nei dati iniziali può diventare un errore enorme nel giro di una decina di giorni. È il celebre effetto farfalla, intuito da Edward Lorenz negli anni Sessanta. Per questo i centri meteorologici non si affidano a una sola simulazione. Oltre alla corsa principale, quella che circola di più, fanno girare decine di versioni con dati di partenza leggermente modificati: è l'ensemble, un insieme di scenari paralleli. Il modello matematico americano GFS produce una corsa principale con maglie di circa 13 chilometri e proiezioni fino a 16 giorni. Accanto c'è il GEFS, che calcola 31 scenari con maglie più larghe, attorno ai 25 chilometri, quattro volte al giorno. Il centro europeo ECMWF ha invece semplificato il sistema dal 12 maggio 2026. La vecchia corsa ad alta risoluzione non esiste più come modello matematico separato: ora è il primo membro di un insieme di 51 scenari, tutti con maglie di circa 9 chilometri e proiezioni fino a 15 giorni.
Quando la corsa principale mostra una svolta al 12mo giorno, spesso è solo uno scenario tra tanti, a volte minoritario. Più ci si allontana nel tempo, più le simulazioni divergono, e la loro media tende ad appiattirsi sui valori normali del periodo. La corsa singola, invece, può mostrare una perturbazione anche intensa, magari per diverse emissioni di fila, che però poggia su basi di calcolo incerte e sparisce all'improvviso. C'è poi un fattore fisico. Le grandi aree di alta pressione, una volta insediate, sono più tenaci di quanto i modelli matematici stimino a lunga distanza. Così la rottura viene rimandata di un giorno, poi di un altro ancora. Non è il cambiamento a spostarsi, ma la previsione a correggersi man mano che i dati reali entrano nei calcoli. Per questo servono aggiornamenti continui, e il meteorologo non si basa su una singola corsa”.
Inoltre il meteorologo spiega anche perché l'El Nino di quest'anno – il fenomeno climatico che provoca il riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell'Oceano Pacifico equatoriale centrale e orientale e che incide sul calore che passa all’atmosfera. Questo processo altera i pattern climatici globali - viene chiamato "Godzilla" tanto è intensa la sua eccezionalità: “Un El Nino così forte è probabilmente intensificato anche dai cambiamenti climatici e dal fatto che gli oceani oggi sono più caldi rispetto a vent'anni o trent'anni fa: è dunque plausibile assistere a episodi di questo tipo più violenti e, di converso, a fasi di La Nna più deboli, proprio a causa del riscaldamento del pianeta.
Il punto, però, è un altro: probabilmente andrebbero rivisti i livelli di intensità con cui classifichiamo questi fenomeni, perché applicare oggi le stesse soglie usate negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta non ha più molto senso, visto quanto è cambiato il clima. Basta confrontare le temperature registrate in questi mesi con quelle di sessant'anni fa per accorgersi che l'estate 2026, in Italia, ha probabilmente fatto segnare valori anche di oltre 5°C sopra la media - una media calcolata sull'ultimo trentennio, un periodo che negli ultimi vent'anni ha visto un'accelerazione rapidissima del riscaldamento globale”. Ed aggiunge che “El Nino produce sul nostro territorio conseguenze soltanto indirette. Conseguenze che, tuttavia, possono essere anche molto rilevanti e, soprattutto, difficili da prevedere, a differenza di quanto accade nei Paesi che si affacciano sull'Oceano Pacifico, dove il fenomeno genera condizioni atmosferiche tipiche e riconoscibili.
Da noi El Nino arriva in maniera indiretta e spesso a sorpresa, perché deriva da onde atmosferiche che in meteorologia vengono chiamate teleconnessioni. Il fenomeno influenza, ad esempio, il Vortice Polare e la NAO, l'indice climatico nord-atlantico che regola il transito delle perturbazioni, oltre ad avere un peso sulla configurazione delle alte pressioni. Un'influenza che, pur indiretta, resta massiccia: motivo di preoccupazione più che legittimo, anche perché l'estate 2026, pur non derivando direttamente da El Nino, è stata comunque amplificata dai cambiamenti climatici. Non a caso, in questi giorni molti giornali, anche esteri, titolano sul numero di vittime causate dalle ondate di calore e dai picchi di temperatura, che colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili.
Per le aziende l'aspetto più grave riguarda le ripercussioni sull'agricoltura: il caldo ha danneggiato sensibilmente la produzione, alterandola quasi del tutto. C'è stata una vendemmia precoce, mentre frutta e verdura - alimenti base della dieta mediterranea, ma non solo - hanno raggiunto prezzi altissimi sui mercati. Un fenomeno che non riguarda solo l'area del Mediterraneo, ma l'intero pianeta: ovunque i cambiamenti climatici e le temperature eccessive hanno colpito l'agricoltura. È soprattutto il settore agricolo, quindi, ad avere bisogno di informazioni dettagliate sul cambiamento climatico e sulle previsioni meteorologiche, specialmente quelle a lungo termine: previsioni che, pur soggette a variazioni, permettono comunque una forma di prevenzione a chi lavora la terra. Le stesse informazioni sono utilissime anche in ambito energetico, per la produzione e la vendita di energia elettrica e gas e queste dinamiche, che si tratti di El Nino o di cambiamento climatico, restano un motivo di preoccupazione per le imprese, perché alterano la produzione e generano costi aggiuntivi, soprattutto in estate, per il raffreddamento delle strutture in cui si lavora. Il problema riguarda anche gli ambienti scolastici: se n'è parlato molto in passato, meno adesso, ma nelle aule fa ancora caldo, persino al Nord Italia, dove nei giorni scorsi si sono toccati valori sopra i 30°C, tipici in passato di alcune giornate di luglio o agosto tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Molti edifici scolastici, del resto, sono stati costruiti prima di quegli anni e non sono progettati per proteggere gli ambienti dal caldo eccessivo. “Ci troviamo di fronte a un meteo incerto ed estremo, capace di generare ansia sia nei cittadini sia nelle imprese – conclude l’esperto -. La risposta è la prevenzione, che parte dalla conoscenza delle previsioni a lungo termine, pur nella consapevolezza che possono cambiare. Sapere, ad esempio, che ottobre potrebbe essere un mese piovoso e utile è già di per sé prezioso, anche se le previsioni a lunghissimo termine non sono certezze ma probabilità. E se ottobre non dovesse rivelarsi piovoso, resta comunque importante arrivarci consapevoli che potrebbe attenuare la siccità, o il deficit pluviometrico, che affligge diverse aree italiane. In Italia, a differenza di altre aree europee come Francia e Spagna, le precipitazioni non sono affatto mancate, ma sono arrivate soprattutto sotto forma di temporali che scaricano piogge abbondanti in pochissimo tempo”, “un po' d'acqua filtra nel terreno, ma un suolo secco e reso impermeabile dal caldo ne assorbe pochissima; probabilmente l'erba ricrescerà, ma l'acqua non raggiunge le falde acquifere e finisce dritta verso il mare. Un fatto grave, perché significa che la carenza idrica in profondità non viene affatto attenuata. Non è successo solo in Sardegna, ma in molte regioni italiane, con un'incidenza leggermente inferiore al Nord Italia, dove si è comunque registrato un susseguirsi di temporali. (segue)
Ma quale inverno si prospetta? Al Nord Italia, in particolare in Pianura Padana, hanno prevalso sia il caldo sia l'afa, che ne amplifica ulteriormente la percezione. I temporali, rispetto alla media, sono stati pochi, ma quando si sono scatenati hanno portato precipitazioni abbondanti concentrate in tempi brevissimi: fenomeni più intensi della norma, con grandinate devastanti e raffiche di vento che hanno danneggiato colture, sradicato alberi e colpito abitazioni”. Ed in molti si domandano già che Inverno sarà, se sarà estremo come lo è stata l'estate 2026. Come spiega il meteorologo Ivan Gaddari di MeteoGiornale.it “non manca ormai tanto all'inverno, se pensiamo che dal punto di vista meteorologico esordirà l’1 dicembre alla fin fine mancano poco più di due mesi. Se invece consideriamo l'esordio dal punto di vista astronomico mancano circa due mesi e mezzo. Fatto sta che ormai si sta abbondantemente parlando di quelle che potrebbero essere le proiezioni meteo climatiche stagionali, fatto sta che si sta cercando di capire se il prossimo sarà l'ennesimo inverno senza alcuna ondata di freddo. Sì, perché i due precedenti inverni (per chi se lo fosse scordato) furono letteralmente inutili. Magari non inutili per tutti, però dal punto di vista della normalità stagionale possiamo tranquillamente affermare che lo furono. Non fece freddo, non nevicò, insomma non fu per niente inverno. Quest'anno però le cose potrebbero andare diversamente, quest'anno potrebbero esserci delle situazioni estremamente interessanti sia dal punto di vista del freddo sia dal punto di vista della neve. Che poi lo sappiamo, la neve non è altro che una conseguenza del freddo, anche se poi affinché possa nevicare ovviamente abbiamo necessità del maltempo. Siamo però convinti che quest'anno potrebbe cadere veramente tanta neve, ovviamente prima sui rilievi ma poi potrebbero esserci tante occasioni anche per abbondanti nevicate a bassa quota. Metri di neve? Beh, non di certo a livello del mare, magari neanche in collina, però sulle montagne la prossima potrebbe essere una stagione veramente notevole. Già questa sarebbe una grossa conquista, ricordiamoci infatti che nei precedenti due inverni nevicò pochissimo anche in montagna quindi il ritorno al passato a partire dai nostri monti potrebbe già essere una eccellente notizia. Se poi si ripeterà il 2012 non lo sappiamo, ovviamente non possiamo saperlo, però potrebbe verificarsi un evento gelido importante”. (28 set – red)
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