di Paolo Pagliaro
I dati diffusi da Confartigianto dicono che le imprese italiane pagano l'elettricità il 18% in più della media europea. La ragione di un’anomalia così penalizzante sta anche nel modo in cui funziona la "borsa" dell'energia. Ogni giorno, ora per ora, i produttori mettono in vendita la loro elettricità nel mercato all'ingrosso su cui sovrintende il Gestore dei mercati energetici. Si parte dalle offerte più economiche, come idroelettrico, sole e vento, e si sale fino a coprire tutta la domanda. Qui sta il punto: il prezzo non è una media. Tutti i produttori ricevono il prezzo dell'ultima centrale chiamata ad accendersi, quasi sempre una centrale a gas, la più costosa. È come se in un mercato rionale tutte le mele si pagassero al prezzo della più cara sul banco. Chi produce con acqua o vento, a costi vicini allo zero, incassa comunque la tariffa del gas.
Il problema si aggrava quando qualcuno "gonfia" artificialmente quel prezzo finale. L'Autorità per l'energia (ARERA) ha documentato una pratica chiamata "trattenimento di capacità". Un produttore non spegne le sue centrali, ma vende a prezzi così alti da restare fuori dal mercato. Meno energia disponibile significa che, a parità di domanda, si deve salire più in alto nella scala dei prezzi, e il prezzo finale cresce. Se più operatori si comportano allo stesso modo, tutti ci guadagnano senza bisogno di accordarsi apertamente. Sono i famosi extra-profitti.
Per gli anni 2023-2024 un’indagine Arera ha stimato in 5 miliardi di euro il sovrapprezzo pagato da famiglie e imprese in bolletta. Li chiamano oneri di sistema, ma forse non è la parola giusta.





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