Nel terzo anniversario dell’offensiva di Hamas del 7 ottobre, Israele si ferma per commemorare le vittime di quella barbara strage: la cerimonia principale si svolgerà alle 21.15 a Tel Aviv ma la triste ricorrenza di questo “undici settembre ebraico” avrà comunque un’eco mondiale.
IL RICORDO DEL MASSACRO E GLI ULTIMI MESSAGGI DISPERATI. Per comprendere il valore di questa giornata, occorre ritornare alla dinamica di quella mattina di tre anni fa, quando centinaia di miliziani armati fecero irruzione attraverso i valichi di confine e con i parapendii, devastando i kibbutz al confine e trasformando il Nova Music Festival nel teatro di una allucinante carneficina. I giovani, arrivati da tutto il Paese per ballare nel deserto del Negev, si ritrovarono improvvisamente sotto il fuoco di mitragliatrici, lanciarazzi e granate. Molti cercarono riparo nei container, nelle garitte di cemento o nascosti tra i cespugli sotto il sole cocente, mentre intorno a loro i miliziani davano la caccia ai sopravvissuti.
In quei minuti di terrore prima della fine, i telefoni cellulari diventarono l'ultimo disperato contatto con le famiglie. Tra i messaggi rimasti scolpiti nella memoria collettiva, quelli inviati dai ragazzi terrorizzati dai loro nascondigli: “Mamma, papà, vi voglio bene, sono dentro il bunker ma ci stanno sparando”, oppure “Ci sono uomini armati dappertutto, pregate per me, vi chiedo scusa per tutto”. Piccole frasi digitate a fatica al buio, troncate dal rumore delle raffiche o da un silenzio improvviso che per migliaia di genitori ha rappresentato l'inizio di un incubo senza fine. Quel giorno persero la vita circa 1.200 persone, in maggioranza civili, mentre 251 vennero trascinate come ostaggi nei tunnel della Striscia.
LE COMMEMORAZIONI IN ISRAELE E NEL RESTO DEL MONDO. Oggi la giornata di commemorazione si articola in momenti di profondo raccoglimento sia in Israele che nelle principali capitali mondiali. Nel Paese, la mattina si è aperta con il suono delle sirene e momenti di silenzio nei kibbutz martoriati come Be'eri, Kfar Aza e Re'im, dove familiari e superstiti si sono riuniti sui luoghi dell'eccidio per deporre fiori e accendere candele. Nel corso della giornata si terranno veglie di preghiera, letture dei nomi dei caduti e cerimonie civili, culminando nel grande appuntamento serale a Tel Aviv. Nel resto del mondo, le comunità ebraiche e le diplomazie internazionali organizzano momenti di ricordo e assemblee. A New York, ad esempio, i funzionari ed esponenti della comunità ebraica stanno chiedendo formalmente l'istituzione di un memoriale permanente dedicato al 7 ottobre a Brooklyn, per preservare la memoria dell'attacco. Nella stessa città, il candidato sindaco Zohran Mamdani ha annunciato la sua partecipazione alla veglia commemorativa organizzata per le vittime dell'attacco, indicando che la serata proseguirà successivamente con un incontro dedicato alla comunità palestinese di New York, in un tentativo di dialogo di fronte a una spaccatura sociale sempre più acuta.
L'OMBRA DELLA TRAGEDIA PALESTINESE A GAZA. Allo stesso tempo, è doveroso sottolineare che la memoria della strage di Nova non può mettere in secondo piano la tragedia che da quel tragico 7 ottobre si è abbattuta sul già martoriato popolo palestinese. La reazione dello Stato ebraico contro gli aggressori di Hamas ha infatti provocato quello che da più parti è stato definito come un vero e proprio genocidio, termine recisamente respinto dal governo Netanyahu: quest’ultimo, anche nel corso della recentissima assemblea generale dell’Onu, in un’aula semideserta si è ostinato ad affermare che Tsahal avrebbe in qualsiasi occasione cercato di proteggere la popolazione civile. Ma, giunti ormai ben oltre i novecento giorni di distruzione sistematica della Striscia (tralasciando le azioni compiute in Cisgiordania) i numeri parlano chiaro. Le cifre raccontano infatti una catastrofe di proporzioni immense, a partire da un bilancio che conta ormai oltre 74.200 vittime palestinesi tra civili e combattenti, a cui si aggiungono più di centomila feriti, moltissimi dei quali rimasti mutilati o gravemente invalidi. A rendere ancora più drammatico il quadro è lo smantellamento quasi totale del sistema sanitario, provocato dalle distruzioni sistematiche degli ospedali e dalle incursioni che hanno reso inagibili le principali strutture mediche del territorio, lasciando la popolazione senza accesso alle cure d'emergenza. Questa paralisi sanitaria si intreccia con l'uso della fame come vera e propria arma di guerra, conseguenza di un assedio prolungato e di severe restrizioni ai soccorsi che hanno spinto centinaia di migliaia di persone sull'orlo della denutrizione.
Di fronte a tale scenario, le principali organizzazioni non governative internazionali continuano a sollevare gravissime accuse, documentando presunti crimini di guerra e violazioni sistematiche dei diritti umani. Parallelamente, dalle Nazioni Unite arrivano continui moniti da parte di esperti e agenzie umanitarie che denunciano il collasso di ogni minima garanzia di protezione per i civili. Un grido d'allarme lanciato con particolare forza soprattutto dalla Chiesa, le cui istituzioni e i cui vertici sono tornati a condannare senza mezzi termini la sofferenza inflitta alla popolazione di Gaza, definendo moralmente inaccettabile l'uso sproporzionato della forza e chiedendo un'immediata cessazione delle ostilità.
I DATI DELL'ESERCITO ISRAELIANO SUL TRIENNIO DI GUERRA. Proprio oggi le Forze di Difesa israeliane hanno pubblicato nuovi dati sulle loro operazioni su tutti i fronti, dal numero di razzi lanciati contro Israele al numero di siti colpiti dall'esercito. Secondo il resoconto ufficiale dell'esercito ebraico, in questi tre anni di operazione militare sono stati colpiti circa 100.000 obiettivi complessivi, di cui 65.000 nella Striscia di Gaza, 28.000 tra Libano e Siria, 4.500 in Iran e circa 80 in Yemen. Dal punto di vista dei raid di terra e delle operazioni mirate, l'IDF afferma di aver ucciso oltre 24.000 combattenti di Hamas a Gaza e circa 1.600 infiltrati durante l'attacco del 7 ottobre. Sul fronte opposto, oltre 31.500 tra razzi, missili e droni sono stati lanciati verso il territorio israeliano da Gaza, dal Libano, dalla Siria, dallo Yemen e dall'Iran.
Il costo umano tra le fila delle forze armate israeliane ammonta a 970 tra soldati, riservisti e agenti di sicurezza caduti, e oltre 6.400 feriti. Inoltre, il Ministero della Difesa israeliano ha reso noto che oltre 30.000 membri delle forze di sicurezza hanno fatto ricorso ai servizi di riabilitazione dall'inizio del conflitto, di cui circa il 63% per traumi psicologici e disturbi da stress post-traumatico. In questo clima di dolore condiviso e polarizzazione, l'anniversario di oggi non può che rappresentare l’ennesima conferma di come le ferite aperte tre anni fa continuino a sanguinare, tra il trauma ancora vivo della società israeliana e l'immane dramma che consuma la popolazione di Gaza. (7 OTT – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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