Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

L’IMMORTALITA’
AL TEMPO DELL’IA

L’IMMORTALITA’ <BR> AL TEMPO DELL’IA

Mentre l’orologio dell’apocalisse - ovvero la “metafora visiva” ideata e gestita dal Bulletin of the Atomic Scientists che dal 1947 indica il pericolo di una guerra atomica - non è mai stato così vicino al fatidico rintocco della Mezzanotte nucleare (vedi gli ormai continui accenni al rischio di un’escalation bellica di proporzioni bibliche in diversi fronti caldi, dall’Ucraina al Medio Oriente passando per il Pacifico) il dibattito e la ricerca sulla possibilità di trovare il segreto se non dell’immortalità comunque di una longevità degna di Matusalemme è tutt’altro che scomparso. A rilanciare un tema che, date le crisi che continuano a imperversare in questo primo scampolo di millennio sembrerebbe per lo meno inattuale, è stato in un’intervista esclusiva all’autorevole “The Axios Show” il biologo e studioso dei processi di invecchiamento Andrew Steele, le cui idee radicali sulla longevità lo collocano talvolta al centro di dibattiti e scetticismo all'interno della comunità scientifica e dell'opinione pubblica nonostante il suo lavoro sia profondamente rispettato dai ricercatori per il suo approccio cauto e basato sui dati, frutto dell’analisi rigorosa della genetica, basato sulla speculazione delle potenziali frontiere permesse attualmente dalle biotecnologie.

“LA VECCHIAIA NON È UNA CONDANNA INEVITABILE”. Nel corso del suo intervento, l'autore di importanti saggi dedicati alla biogerontologia ha ribadito un paradigma fondamentale per la scienza contemporanea: l'invecchiamento biologico non deve essere considerato una condanna inevitabile scritta nel nostro codice di nascita, ma una patologia complessa sui cui meccanismi molecolari si può e si deve intervenire. Steele ha spiegato come la convergenza tra genetica avanzata, biotecnologie e analisi computazionale stia trasformando la comprensione della senescenza cellulare, aprendo scenari fino a pochi anni fa confinati alla letteratura scientifica di frontiera o alla fantascienza. L'idea chiave emersa durante il colloquio è che la medicina non debba limitarsi a curare le malattie dell'età avanzata una alla volta, bensì affrontare la causa primaria di quasi tutte le patologie croniche, ovvero il processo di degrado molecolare stesso.

RIFLETTORI SULLA RIPROGRAMMAZIONE EPIGENETICA. Le affermazioni di Steele trovano riscontro in un corpus di ricerche sempre più solido. L'ambito più promettente della biogerontologia riguarda la riprogrammazione epigenetica, un campo inaugurato dalle scoperte sui fattori di Yamanaka. Gli studi condotti dai laboratori di David Sinclair alla Harvard Medical School, uniti ai trial avanzati portati avanti da centri di ricerca come Altos Labs, hanno dimostrato la possibilità di “resettare” l'orologio epigenetico di cellule adulte e tessuti complessi in modelli animali, restituendo loro la funzionalità tipica della giovinezza senza perdere l'identità cellulare. Parallelamente, la ricerca sui farmaci senolitici, coordinata da istituzioni come la Mayo Clinic, sta testando molecole capaci di individuare ed eliminare in modo selettivo le cosiddette “cellule zombie”. Si tratta di elementi danneggiati a livello cellulare che non si dividono più, ma che rimangono nell'organismo secernendo fattori infiammatori che accelerano la senescenza dei tessuti circostanti. L'allungamento dei telomeri, la modulazione della via metabolica di mTOR tramite farmaci come la rapamicina e lo studio della biologia dei centenari completano un quadro scientifico orientato a estendere in modo significativo gli anni vissuti in salute.

MA C’È UN LIMITE INVALICABILE. Tuttavia, quando si passa dall'estensione della giovinezza all'illusione dell'immortalità biologica, la scienza esprime una forte cautela. La maggior parte dei demografi e dei biologi evoluzionisti concorda sull'esistenza di un limite naturale invalicabile per il nostro organismo. Studi di riferimento, come quello pubblicato su Nature da Jan Vijg e dal suo team dell'Albert Einstein College of Medicine, suggeriscono che la durata massima della vita umana si sia stabilizzata intorno ai 115 anni, con eccezioni rarissime che non superano i 122 anni registrati dal record storico di Jeanne Calment. Questo “soffitto biologico” è dovuto principalmente all'entropia molecolare: l'accumulo inevitabile di danni al DNA, lo stress ossidativo e gli errori di ripiegamento proteico superano con il tempo qualsiasi capacità di autoriparazione del corpo. Da un punto di vista evolutivo, inoltre, l'architettura dell'essere umano è stata selezionata dalla natura per garantire il successo riproduttivo e la sopravvivenza fino allo svezzamento della prole, non per la conservazione indefinita di tessuti complessi.

IA: LA NOSTRA “ESTENSIONE IMMORTALE”? Di fronte all'impossibilità di rendere eterno il corpo di carne e ossa, la riflessione scientifica e filosofica si sposta verso un nuovo orizzonte: e se fosse l'Intelligenza Artificiale la vera forma di immortalità della nostra specie? Con il rapido sviluppo delle architetture neurali e delle tecnologie di mappatura del connettoma cerebrale, l'ipotesi di preservare l'essenza cognitiva dell'uomo al di fuori della materia organica non è più soltanto una provocazione teorica. La digitalizzazione della memoria, dei modelli di pensiero e della personalità individuale attraverso sistemi avanzati di IA potrebbe consentire una forma di continuità funzionale e culturale. Più che un allungamento della vita biologica, l'IA offrirebbe la possibilità di tramandare un'eredità cognitiva dinamica e interattiva, capace di apprendere e interagire ben oltre la dissoluzione del corpo fisico.

DALLA TERRA ALLE STELLE. Questo snodo tra limite biologico e superamento tecnologico trova la sua applicazione più critica nel rapporto tra la specie umana e il cosmo. La durata della vita umana, abbinata alla fragilità del nostro organismo di fronte alle radiazioni cosmiche e alla microgravità prolungata, costituisce il vero ostacolo fisico all'espansione dell'umanità oltre il sistema solare. Le enormi distanze interstellari richiedono tempi di percorrenza misurabili in secoli o millenni, rendendo impraticabile il viaggio per organismi soggetti all'invecchiamento e al decadimento molecolare. In questa prospettiva, la colonizzazione dello spazio profondo potrebbe spettare non all'uomo nella sua veste biologica, ma ai suoi eredi sintetici: esploratori algoritmici e entità dotate di intelligenza artificiale, in grado di solcare l'abisso temporale dell'universo senza subire l'usura del tempo. (9 OTT – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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