di Paolo Pagliaro
Il politico non lavora: “opera instancabilmente”; non studia, “valuta attentamente”; soprattutto, non litiga, ma “si confronta francamente e serenamente” : e così l’avverbio diventa l’ultimo rifugio di chi non ha niente da dire o se ce l’ha non lo vuol dire, come osserva Daniela Ranieri nel libro pubblicato da PaperFirst con il titolo “Ma come parli?!”. E’ un viaggio tra slogan, formule logore e parole deliberatamente deformate e i protagonisti sono Meloni, Renzi, Salvini, Tajani, Schlein, Conte, Draghi, Calenda, Ursula von der Leyen, Nordio e tanti altri. La questione è di stretta attualità perché quando i cittadini percepiscono che il linguaggio politico non serve a spiegare la realtà ma a camuffarla, allora può accadere che 8 su 10 non vadano più a votare, come è accaduto a Reggio Calabria un paio di settimane fa. Alla fine Ranieri avanza però un sospetto inquietante e cioè che di queste parole, per quanto logore o bugiarde, potremmo presto avere nostalgia. Siamo infatti in attesa che arrivino i primi politici interamente guidati da algoritmi, capaci di generare programmi e discorsi del tutto artificiali.
Nel frattempo noi ci prepariamo, rinunciando a migliaia di parole diventate improvvisamente superflue, come fa notare Bruno Giussani, nel saggio “La mente sotto assedio” edito da Casagrande. Per esempio un tempo avevamo reportage, documentari, romanzi, sonetti, cronache, pamphlet, caricature, diari, elegie, dialoghi: oggi tutto si chiama «contenuti». Una parola povera, generica, priva di sfumature, pronta per la politica che ci attende.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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