Molto presto il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si presenteranno davanti ai giudici più severi: gli elettori. Alla sentenza pronunciata nel segreto delle urne non si sfugge, l’insoddisfazione popolare è l’unica variabile che può tradursi concretamente in una dipartita definitiva per i due leader. Il 27 ottobre toccherà al governo di Tel Aviv cercare di battere l’opposizione, mentre le midterm previste per il 3 novembre rappresenteranno un banco di prova per l’inquilino della Casa Bianca. Da tempo trincerato tra le mura della Knesset, è la prima volta che Netanyahu si confronta direttamente con il parere dei suoi connazionali, e per quanto Trump l’abbia definito pochi giorni fa “un grande primo ministro-guerriero e un partner ancora più grande per la pace nella lotta contro l’Iran” – esprimendogli ufficialmente il suo sostegno – sono diversi i passi falsi che non depongono a suo favore: dall’irruzione dei miliziani di Hamas nei kibbutz il 7 ottobre 2023 e il conseguente massacro di oltre 1.200 israeliani – percepito dall’opinione pubblica come una grave falla nel sistema di sicurezza –, passando per il progressivo deterioramento delle relazioni diplomatiche che le sue scelte politiche hanno contribuito ad accelerare. Su questo punta l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, fondatore del partito Yashar, che tra i punti del programma ha inserito l’istituzione di una commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti del 7 ottobre e ha promesso, “entro 18 mesi” dal suo insediamento, di distruggere “l’ala militare di Hamas, o attraverso il piano del presidente Trump, o attraverso l'uso delle capacità militari”. Poiché, ha aggiunto, “finché Netanyahu sarà al potere, anche Hamas rimarrà al potere”, dato che “mai un governo in Israele ha subito un fallimento strategico così clamoroso”. In questa cornice, l’aspetto interessante delle elezioni israeliane risiede proprio nell’orientamento politico delle due fazioni: non sono destra e sinistra a confrontarsi, bensì estrema destra e destra moderata. Eisenkot, infatti, per quanto includa nella sua coalizione movimenti appartenenti all’ala progressista, condivide parte delle politiche tipicamente attribuibili alla destra. Tra queste, l’approccio securitario e la promozione del controllo militare in alcune aree chiave della Cisgiordania, a patto però che siano "rispettose della legge” e non frutto di “atti criminali e terroristici”. È inoltre favorevole al rafforzamento delle alleanze con i paesi arabi – con l’obiettivo di isolare l’Iran – e all’abolizione dell’esenzione alla leva per gli ultraortodossi. Non si discosta, quindi, più di tanto dalla linea politica perseguita da Netanyahu, ma ne condanna semplicemente la matrice “estremista e messianica”.
Più che il colore politico della Knesset, il voto potrebbe rivelarsi per la sterzata che rischia di avere il destino di Benjamin Netanyahu. Solo il ruolo di primo ministro, infatti, gli ha garantito l’immunità dai processi per corruzione, frode e violazione della fiducia, che si potrebbero aggiungere al mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) il 21 novembre 2024 per crimini contro l’umanità. Il “campo minato” sul quale si muove Netanyahu è parallelo a quello che sta segnando il cammino politico di Donald Trump. I sondaggi danno ormai i democratici in crescente vantaggio in entrambe le Camere e questo potrebbe costare al tycoon la sua capacità di manovra sui principali dossier internazionali. I cittadini saranno chiamati a rinnovare tutti i 435 membri della Camera e 35 senatori su cento. Sebbene non ci siano mandati d’arresto che pendono sul suo capo, persiste il peso di aver scatenato una crisi energetica mondiale con la guerra contro l’Iran, che – oltre a mettere in ginocchio il continente europeo – ha dato una forte spinta all’inflazione negli Stati Uniti. Non sarà certo l’accordo siglato con la Russia sul gasolio a sgonfiare i prezzi del carburante, che secondo le ultime stime hanno raggiunto la soglia degli 1,22 dollari al litro per la benzina (ad agosto corrispondevano a 1,07 dollari), mentre il Brent ha superato oggi il picco di 114 dollari al barile. C’è poco, insomma, di cui vantarsi in vista delle midterm. Esigui gli argomenti su cui fare leva per intercettare il gradimento popolare. Trump, poi, ha fatto un errore (tra i tanti). “Sono il boss”, aveva affermato durante il G7 di Evian. In un momento di autocelebrazione si era dimenticato chi sono i veri “boss” in un sistema democratico: gli elettori. Ed è un passo falso che ha commesso, in un certo senso, anche Netanyahu, quando – i giorni precedenti al 7 ottobre – scelse di non ascoltare gli avvertimenti dei governi egiziano ed emiratino riguardo il rischio di un imminente attacco da parte di Hamas, esponendo così i cittadini israeliani al pericolo. Gli stessi che martedì saranno chiamati alle urne, seguiti pochi giorni dopo dai cittadini statunitensi. (24 ott - Mvc)





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