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direttore Paolo Pagliaro

SERBIA, GLI STUDENTI
SCONFIGGONO VUCIC

SERBIA, GLI STUDENTI <BR> SCONFIGGONO VUCIC

Il panorama politico della Serbia ha registrato un terremoto istituzionale di portata storica con la clamorosa sconfitta elettorale di Aleksandar Vučić. Il leader di lungo corso, che ha dominato la scena politica balcanica per quattordici anni detenendo un potere pressoché incontrastato, ha ammesso la sconfitta al termine di una consultazione parlamentare straordinaria. Si è trattato di un passaggio cruciale che ha posto fine a un ciclo politico iniziato con la presa di potere del Partito Progressista Serbo (SNS). I dati e le proiezioni resi noti nella serata elettorale delineano un ribaltamento radicale dei rapporti di forza nel Parlamento serbo, composto da 250 seggi. Nello specifico, lo stesso Vučić ha dovuto constatare che la coalizione d'opposizione guidata dal movimento studentesco otterrà tra i 135 e i 140 seggi, relegando l'SNS a circa 105 mandati. Il leader uscente ha riferito che la sua formazione ha raccolto circa 1,7 milioni di preferenze, a fronte dei circa 2,2 milioni di voti conquistati dal fronte avversario.

LA SPINTA POPOLARE E LA PROTESTA GUIDATA DAGLI STUDENTI. La caduta del sistema di potere di Vučić affonda le radici in una mobilitazione di massa senza precedenti, animata per oltre due anni da un movimento studentesco capace di coagulare il malcontento di un'intera nazione. La miccia che ha fatto traboccare il vaso della protesta sociale era stata la tragedia verificatasi nel 2024 a Novi Sad, dove il crollo della pensilina in cemento di una stazione ferroviaria aveva provocato la morte di sedici persone. Quell'evento drammatico aveva scatenato un'ondata di indignazione popolare contro la corruzione endemica, il clientelismo e la cattiva gestione dei lavori di ristrutturazione. Nonostante il ferreo controllo esercitato dal governo sui media tradizionali e il tentativo di screditare i movimenti giovanili etichettandoli come strumenti manovrati dall'estero, la protesta ha saputo radicarsi capillarmente anche nelle aree rurali, storico serbatoio di voti per il partito di governo. La formula innovativa del movimento, privo di leader tradizionali e rappresentato da una lista di esperti, atleti, agricoltori e artisti, ha offerto ai cittadini un'alternativa credibile al “sistema dell'uomo solo al comando”.

IL VOTO RECORD E LE TENSIONI DEL GIORNO DELLE ELEZIONI. La consultazione è stata caratterizzata da un'affluenza record, stimata intorno al 70%, livelli che non si registravano nel Paese balcanico dai tempi della caduta di Slobodan Milošević nel 2000. Fin dalle prime ore della giornata, lunghe code si sono formate davanti ai seggi elettorali sia sul territorio nazionale che nelle circoscrizioni estere, dove la diaspora serba ha partecipato massicciamente nonostante le criticità logistiche. Il clima di forte tensione si è riflesso anche sul piano dell'ordine pubblico: la polizia in tenuta sommossa ha cinturato l'area attorno alla sede della commissione elettorale a Belgrado, mentre la presenza di forze speciali e gruppi di attivisti schierati nei pressi dei punti nevralgici della capitale ha testimoniato la delicatezza estrema della transizione. Gli osservatori indipendenti locali e internazionali hanno inoltre segnalato diverse irregolarità durante lo svolgimento delle operazioni di voto, tra cui tentativi di compravendita di consensi e pressioni sugli elettori attraverso la fotografia delle schede.

LE REAZIONI E LE ACCUSE DEL LEADER USCENTE. Nel riconoscere l'esito delle urne, avvenuto a circa un'ora e mezza dalla chiusura dei seggi, Aleksandar Vučić ha pronunciato parole che riflettono l'amarezza per la fine del proprio predominio politico, puntando il dito contro fattori esterni e interni ritenuti determinanti per la sconfitta. Rivolgendosi ai suoi sostenitori riuniti nel quartier generale del partito, Vučić ha dichiarato: “La Lista degli studenti ha vinto”, aggiungendo tuttavia pesanti accuse nei confronti dei media indipendenti e denunciando presunte ingerenze da parte di non meglio specificati Paesi europei e di un non meglio precisato “stato profondo americano”. La reazione popolare nelle strade è stata di segno opposto: appena diffusa la notizia della sconfitta del leader dell'SNS, migliaia di manifestanti e sostenitori del movimento studentesco si sono riversati nelle strade di Belgrado e di altre città serbe. Suonando i clacson e sventolando bandiere, la folla ha intonato cori di esultanza, scandendo slogan che sancivano la fine del ciclo politico di Vučić.

LE IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE E REGIONALI. La svolta politica in Serbia è destinata a produrre onde d'urto significative sull'intero scacchiere geopolitico europeo, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra i Paesi dei Balcani occidentali, l'Unione Europea e la Russia. Fino a questo momento, la leadership di Vučić si era mossa su un crinale di delicato equilibrio tra le aspirazioni di integrazione europea di Belgrado e i solidi legami tradizionali ed energetici con Mosca — suggellati anche dal sostegno ricevuto dal Cremlino — oltre a un approccio marcatamente nazionalista. L'affermazione di una forza politica a forte trazione civica, apartitica e orientata al risanamento democratico ed economico interno potrebbe imprimere una forte accelerazione al cammino di adesione all'Unione Europea della Serbia, inserendosi in un trend regionale più ampio di ridimensionamento delle leadership di stampo autocratico. Resta ora da verificare come il nuovo esecutivo saprà gestire la complessa eredità politica e amministrativa lasciata da quattordici anni di governo ininterrotto, affrontando al contempo le aspettative di trasparenza e rinnovamento avanzate con forza dalla società civile serba.

(26 OTT – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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