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La mamma d’Italia
sospesa tra il dire e il fare

La mamma d’Italia <br> sospesa tra il dire e il fare

di Salvatore Tropea

“Io credo nel popolo italiano. E’ un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo”. Rilette a di stanza di oltre quarant’anni, queste parole di Pertini, tratte dal suo messaggio al paese di fine 1981, suonano attuali nell’Italia guidata da un governo che il partigiano Sandro non avrebbe mai accettato. Attuali e oggi più urgenti, appesantite come sono state da ripetute crisi economiche e finanziarie e da eventi imprevedibili come la pandemia da Covid, esse si ripropongono con caratteristiche che richiederebbero risposte eccezionali mentre nell’azione di Giorgia Meloni e dei suoi ministri non si scorge neppure una traccia di normalità.

Non che non se ne parli, anzi. Nè potrebbe essere altrimenti come del resto consigliano le statistiche e le analisi di esperti e organismi competenti. Il fatto è che ciò accade con un metodo che, per la verità, è stato praticato anche in passato ma che oggi risulta insistito e privo di sostanza. Dopo averci ricordato di essere “Giorgia, una madre, un’italiana”, con l’identico eloquio urlato e largamente usato nella sua campagna, elettorale, la premier torna su questi fondamentali bisogni senza mai discostarsi da un’elencazione variamente aggettivata ma destinata a restare tale.
 Né diverso è il comportamento della quasi totalità dei suoi ministri, alcuni dei quali, non attrezzati della sua astuzia, rendono più arduo il suo lavoro spesso evidenziando le contraddizioni tra i pronunciamenti e l’operato: a meno che non si voglia dare un minimo di credito ai vaneggiamenti come quelli di Salvini e Berlusconi sulla realizzazione del ponte sullo Stretto e ad altre amenità.
 A ciò si aggiunga che la corsa alla conquista delle poltrone, quelle vecchie e quelle di nuova creazione con le quali tacitare una famelica clientela, in questi giorni è diventata l’impegno preminente; ognuno di loro rivendica la propria quota pronto a difenderla con le unghie e con i denti. E come se ciò non bastasse a vanificare i propositi della spending review, con lo stesso scellerato proposito, si stanno riaprendo le dighe delle assunzioni di personale. A ognuno la sua quota. Ciò che conta non è quello che si ritiene realisticamente di dover fare ma ciò che si dice. Il lavoro, la casa (al netto delle ruberie perpetrate in nome del superbonus 110), la situazione ospedaliera compaiono e scompaiono come la Fata Morgana dello Stretto. Se ne parla confondendo ciò che si dice con ciò che si è fatto con la prosopopea della propaganda elettorale, gabellando per riforma fiscale un provvedimento che premia i ricchi e trascura i poveri, agitando la questione migranti senza un’idea, non ottenendo se non briciole dall’Europa.
Quanto potrà andare avanti questa comitiva? Normalmente i governi durano il tempo in cui riescono a operare respingendo gli attacchi dell’opposizione. Ci sono però segnali che fanno già pensare che il governo Meloni possa fare tutto da solo.
 

  

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