I dati demoscopici più recenti confermano una stanchezza strutturale dell’elettorato americano verso nuovi impegni militari. Sondaggi condotti da istituti come YouGov e il Pew Research Center indicano che oltre il 60% degli americani è contrario a un intervento militare diretto contro l'Iran, preferendo la via diplomatica o sanzionatoria. Per Trump, questo si traduce in un vincolo politico stringente: una guerra con la Repubblica Islamica rischierebbe di alienare la sua base populista e isolazionista. Anche i recenti focus group trasmessi dalle principali reti via cavo mostrano come l'elettore medio sia molto più preoccupato per l'inflazione interna che per la protezione delle rotte marittime nel Golfo, nonostante le minacce di Khamenei. Il consenso è solido sulla "pressione massima" economica, ma crolla drasticamente non appena si profila l'ipotesi di un nuovo conflitto su vasta scala.
LA SPACCATURA SULL'UCRAINA. Per quanto riguarda il dossier ucraino, il consenso interno è ancora più frammentato. Recenti rilevazioni mostrano una crescente stanchezza: una parte significativa degli intervistati nei cosiddetti Swing States ritiene che gli Stati Uniti abbiano già fornito un supporto sufficiente. Tuttavia, emerge una crescente accettazione dell'idea che Trump possa essere l'unico "deal-maker" capace di chiudere la partita. Il popolo americano sembra disposto a sostenere un accordo di pace, a patto che questo disimpegni le risorse statunitensi, anche se le dichiarazioni di Zelensky sulla non cedibilità del Donbass complicano il racconto di una "vittoria facile" da vendere agli elettori.
IL RUOLO DI JD VANCE. Il Vicepresidente Vance sta giocando un ruolo chiave nel gestire il consenso della "base". Le sue dichiarazioni scettiche sulle linee rosse iraniane servono a preparare l'opinione pubblica a un possibile fallimento dei negoziati, evitando che l'amministrazione passi per ingenua. Allo stesso tempo, rassicurano gli elettori che gli Stati Uniti non si faranno trascinare in un accordo svantaggioso. Questa strategia di comunicazione mira a mantenere alto il gradimento interno, proiettando l'immagine di un'America che non cerca la guerra, ma che non si fa intimidire dalle minacce social della Guida Suprema.
CREDIBILITÀ VS. POPOLARITÀ. La vera sfida per Trump nelle prossime ore sarà bilanciare questi due pesi: non apparire debole di fronte alla chiusura dello stretto di Hormuz — atto che tocca direttamente le tasche degli americani attraverso il prezzo della benzina, come evidenziato dai recenti picchi nei mercati dei futures analizzati dai media finanziari — e non tradire la promessa di non iniziare nuovi conflitti. La sua "più grande vittoria" finora, il cessate il fuoco a Gaza, è lo scudo che usa per dimostrare che la sua diplomazia funziona; ma se quel fronte dovesse crollare definitivamente, il consenso interno potrebbe subire una flessione, rendendo i tavoli di Ginevra ancora più scivolosi per la sua narrativa di "pacificatore globale".
(18 FEB – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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