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direttore Paolo Pagliaro

BOARD OF PEACE, OMBRE
DI UN NUOVO ORDINE

BOARD OF PEACE, OMBRE <BR> DI UN NUOVO ORDINE

Mentre Ginevra tenta faticosamente di tessere la trama di una tregua in Ucraina ed evitare la deflagrazione di un conflitto tra Usa e Iran, l'attenzione globale si sposta su Washington per il debutto operativo del Board of Peace. Questo organismo, già presentato ufficialmente al World Economic Forum di Davos il 22 gennaio 2026, sta sollevando una tempesta di critiche e sospetti. Se sulla carta l’obiettivo dichiarato è la gestione dei conflitti, la percezione di molti osservatori è che il Board approcci le crisi, in particolare quella di Gaza, come cinici “affari immobiliari”. Questa visione distopica richiama un episodio del febbraio 2025: uno short diffuso da Donald Trump in cui l’intelligenza artificiale trasformava le macerie di Gaza in un resort di lusso, con una monumentale statua d'oro del tycoon a dominare il paesaggio. Una prospettiva che ricalca temi discussi in recenti convegni dell’estrema destra israeliana sulla colonizzazione post-bellica.

IL NO DEL VATICANO E IL "GRANDE RIFIUTO" EUROPEO. A infliggere un duro colpo alla legittimità etica del Board è stata, proprio ieri, la ferma presa di posizione della Santa Sede. Il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, ha sancito il no del Vaticano alla partecipazione, sottolineando che la pace non può essere il risultato di meri accordi economici o spartizioni di interessi. Questo rifiuto si somma a quello della quasi totalità dell'Unione Europea. Le uniche, rare eccezioni nel continente sono costituite da Bielorussia, Ungheria, Slovacchia, Albania e Serbia. La presenza di Minsk, in particolare, è considerata "imbarazzante" dai partner occidentali, mentre il resto dell'Europa si è tirato fuori in blocco per marcare la distanza da un progetto i cui valori sembrano collidere con il diritto internazionale.

UNA COMPOSIZIONE AMBIGUA E IL RUOLO DELL'ITALIA. A gettare ulteriori ombre sul Board è la natura dei suoi componenti: diversi membri effettivi sono infatti Paesi privi di tradizioni democratiche occidentali, alimentando il timore di un club di autocrati impegnati a ridisegnare zone d'influenza. In questo clima si inserisce la missione del Ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’Italia ha scelto di partecipare come osservatrice al primo incontro dei leader del Board, previsto per domani, 19 febbraio 2026, presso l'U.S. Institute of Peace a Washington. Tajani difende la scelta come necessaria per monitorare gli interessi nazionali, ma la polemica interna è rovente: il rischio è che Roma finisca per legittimare un organismo che trasforma la pace in un mercato di ricostruzioni forzate e speculazioni edilizie.

TRA PRAGMATISMO E DERIVA ETICA. Il collegamento con i tavoli di Ginevra è drammatico: se lì si discute ancora di sovranità e vite umane, a Washington il rischio è che si pianifichi il "dopo" senza alcuna considerazione per le popolazioni locali. Il Board of Peace rischia di diventare il simbolo di una diplomazia svuotata di umanità, dove il potere economico si sovrappone alla ricerca della giustizia. La presenza dell'Italia è un gioco d'azzardo: un tentativo di mediare dall'interno o il primo passo verso un isolamento dai valori storici europei, in un consesso che sembra sognare resort tra le rovine. In tale contingenza, appare evidente dunque che il viaggio di Tajani a Washington non sarà una semplice visita di cortesia. Il mondo guarda con diffidenza a un Board che promette pace ma sembra muoversi secondo logiche di mercato. La sfida sarà capire se la diplomazia potrà ancora rivendicare un ruolo etico, come auspicato dal Vaticano, o se dovremo rassegnarci a vedere le crisi risolte tramite contratti d'appalto e statue d'oro. (18 FEB – deg)

 

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