Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è tornato a parlare con forza del conflitto in corso, delineando una visione strategica che punta non solo alla neutralizzazione militare di Teheran, ma a un radicale e imminente cambiamento dell'intero assetto mediorientale. In un'intervista rilasciata a Fox News, il premier ha voluto smentire categoricamente i timori di una “guerra senza fine”, insistendo sul fatto che l'attuale sforzo bellico congiunto tra Israele e Stati Uniti sarà caratterizzato da un'azione “rapida e decisiva”. Secondo Netanyahu, il regime teocratico iraniano si trova oggi al suo punto di massima debolezza dalla sua fondazione, rendendo possibile un epilogo veloce che molti osservatori internazionali ritenevano invece improbabile.
Il fulcro della strategia di Netanyahu risiede nella profonda e rinnovata intesa con Donald Trump. Le indiscrezioni diplomatiche che filtrano dai corridoi del potere suggeriscono che i dettagli operativi dei massicci raid attualmente in corso sull'Iran siano stati definiti durante l'ultimo incontro privato tra i due leader. Questa sintonia totale ha permesso di superare le esitazioni che avevano caratterizzato le precedenti amministrazioni, portando alla nascita dell'operazione Epic Fury. Netanyahu ha dedicato ampi passaggi della sua intervista a elogiare la figura di Trump, definendolo “il leader più forte del mondo” e sottolineando come il Presidente agisca non solo per gli interessi immediati dell'America, ma per la sicurezza delle generazioni future.
Un punto di attrito emerso nelle ultime ore riguarda l'obiettivo finale dell'operazione. Mentre Netanyahu ha esplicitamente affermato che gli attacchi coordinati creeranno le condizioni necessarie per un cambio di regime in Iran, da Washington giungono messaggi più cauti. Il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha infatti circoscritto la missione alla neutralizzazione delle minacce missilistiche, navali e nucleari. Tuttavia, per il premier israeliano la distinzione è sottile: egli sostiene che il 95% dei problemi del Medio Oriente sia causato direttamente da Teheran e che la caduta del regime innescherebbe una “valanga” di accordi di pace tra Israele e i suoi vicini arabi e musulmani, inaugurando un'era di prosperità finora inimmaginabile.
Le critiche interne agli Stati Uniti, secondo cui Israele starebbe trascinando gli americani in un conflitto non desiderato, sono state liquidate da Netanyahu con una risata sprezzante. Egli ha definito “ridicola” l'idea che Trump possa essere manipolato, ribadendo che il Presidente comprende autonomamente l'entità della minaccia posta dall'Iran. Queste dichiarazioni arrivano in un momento di estrema tensione, ricordando a molti la precedente “Guerra dei 12 giorni”, ma con una scala di intensità e obiettivi decisamente superiore. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha d'altronde confermato che l'intervento americano è scattato per prevenire una risposta iraniana a un attacco preventivo israeliano già pianificato, saldando i destini dei due paesi in questa operazione. Netanyahu ha concluso ribadendo che la forza d'urto attuale è progettata per non permettere al nemico di riorganizzarsi, puntando a una conclusione che non lasci spazio a nuove “guerre infinite”. Il legame con la Casa Bianca sembra essere la garanzia che Israele cercava per risolvere una volta per tutte la questione iraniana, trasformando il campo di battaglia in un laboratorio per un nuovo ordine regionale guidato dalla forza e dalla deterrenza assoluta. Di matrice, ovviamente, con buona pace del multilateralismo, israelo-americana. (3 MAR – deg)
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