di Paolo Pagliaro
C'erano buoni argomenti per il sì. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è un tema serio, dibattuto da giuristi autorevoli da decenni. Si poteva costruire una campagna sobria, istituzionale, capace di convincere anche chi nutre dubbi sul corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. Non è andata così. La campagna per il sì si è trasformata in qualcos'altro: un regolamento di conti tra l'esecutivo e la magistratura, uno scontro aspro in cui le ragioni del merito costituzionale sono sparite sotto il peso delle invettive. Gli argomenti ragionevoli — e ce n'erano — hanno ceduto il passo all'anatema, al risentimento, alla logica della rivalsa.
Il risultato è un referendum che non parla più di garanzie processuali né di terzietà del giudice. Parla di potere. Di chi comanda, di chi deve essere ridimensionato, di chi vuole vendicarsi di chi. È diventato un referendum tutto politico, nel senso peggiore del termine.
Credo nella separazione dei poteri. Proprio per questo, domenica voterò no. Perché rafforzare l'esecutivo a spese del giudiziario — in questo clima, con queste intenzioni dichiarate — non è una riforma: è una resa dei conti. E le rese dei conti non si vincono con le urne: si perdono, tutti insieme.





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