“Stiamo lottando per la sua vita perché dopo più di dieci anni dietro le sbarre e tanti scioperi della fame il cuore di mia madre fatica, ha già uno stent da un precedente intervento e adesso soffre ogni giorno di mal di testa, pressione alta e dolori costanti al petto”, “il suo corpo è esausto”, “i medici hanno detto alla nostra famiglia in Iran che per ora mamma deve rimanere in terapia intensiva ma si tratta solo di una misura temporanea per stabilizzare il battito cardiaco e la pressione perché la vera diagnosi potrà iniziare solo quando sarà vista dal suo team medico e sottoposta a una quarta angiografia”. Lo afferma Kiana Rahmani, figlia della Nobel per la Pace Narges Mohammadi, in una intervista al Corriere della Sera denunciando che “le autorità della Repubblica islamica le negano crudelmente le cure cardiache del suo team medico di cui ha così tanto bisogno”. La donna spiega che “l'ultima volta che ho sentito la sua voce è stato proprio prima del 12 dicembre 2025, quel terribile giorno in cui fu arrestata per la quattordicesima volta a una manifestazione a Mashhad, e il mio cuore va in mille pezzi quando penso a lei e a ogni anima iraniana intrappolata nelle mani di questo regime”. Rahmani riferisce che “l'unica cosa che mi dà sollievo è pensare che mia zia sia con mia madre che si trova in terapia intensiva cardiologica, sotto ossigeno, e anche se sono molto preoccupata cerco di mettere in pratica quello che ci dice sempre mamma, ovvero che dobbiamo mantenere la speranza”. La giovane attivista lancia un appello affinché “il mondo finalmente ascolti la nostra voce e rifiuti di restare in silenzio chiedendo che i governi pretendano dalla Repubblica islamica che mia madre venga curata a Teheran” auspicando che “arrivi presto il giorno in cui tutti i prigionieri politici saranno liberati senza condizioni e riuniti ai loro cari e nessun altro bambino debba mai essere separato dalla propria madre come è successo a me e al mio gemello Ali a causa di un regime che punisce chi dissente”. E conclude sottolineando che “le autorità sono pienamente responsabili della salute dell'unica vincitrice del premio Nobel per la Pace incarcerata e qualunque cosa accada a mia madre ricadrà sulla Repubblica islamica”. (4 mag - red)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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