di Patty L'Abbate
La casa non è solo un tetto. È sicurezza, dignità, futuro. Eppure, mentre milioni di famiglie fanno i conti con affitti sempre più insostenibili e bollette tra le più care d'Europa, il diritto all'abitare sembra essere scomparso dall'agenda del governo Meloni. Secondo i dati europei, le famiglie italiane pagano bollette elettriche mediamente superiori del 15% rispetto alla media Ue, mentre per le imprese il divario supera il 30%. Numeri che pesano soprattutto sulle fasce più fragili e sugli oltre seicentocinquanta mila nuclei familiari che vivono in condizioni di disagio abitativo. Ma proprio mentre la maggioranza chiama Piano Casa un decreto, le sue scelte raccontano una realtà diversa.
Con la legge di Bilancio 2023 il governo Meloni ha infatti deciso di non rifinanziare il Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione, istituito dalla legge n. 431 del 1998, che aveva raggiunto una dotazione di 330 milioni di euro. Una scelta che ha lasciato molti Comuni senza risorse per pubblicare nuovi bandi e sostenere migliaia di famiglie in difficoltà. Anche il Fondo per la morosità incolpevole, introdotto dal decreto-legge n. 102 del 2013 per aiutare gli inquilini colpiti da perdita del lavoro o riduzione del reddito, è stato progressivamente svuotato. Solo dopo le proteste è arrivato un rifinanziamento di appena 30 milioni di euro per il biennio 2025-2026, una cifra giudicata largamente insufficiente dalle associazioni degli inquilini.
La domanda è semplice: quante persone rischiano di essere sfrattate senza strumenti adeguati di sostegno? E soprattutto, dove andranno? La risposta del governo sembra essere quella di accelerare gli sfratti, non quella di prevenirli. Mentre le associazioni del settore chiedono investimenti strutturali per almeno 15 miliardi di euro in dieci anni, le risorse certe del Piano Casa appaiono limitate e frammentate. Il paradosso è evidente.
Si trovano miliardi per incrementare le spese militari. Si continuano a investire risorse pubbliche nel contestato progetto dei centri per migranti in Albania. Si punta su opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto, il cui costo stimato supera i 13 miliardi di euro. Ma quando si tratta di garantire il diritto alla casa degli italiani, improvvisamente mancano poche decine di milioni. Eppure l'articolo 47 della Costituzione impegna la Repubblica a favorire l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione. E l'articolo 3 richiama il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza dei cittadini. Per questo il diritto alla casa non può essere trattato come una voce residuale del bilancio pubblico. Dietro i numeri ci sono giovani coppie che rinviano la nascita di un figlio, studenti costretti a rinunciare all'università, lavoratori che non riescono più a pagare l'affitto, anziani soli che vivono nell'angoscia dello sfratto.
Piccolo spiraglio positivo: è stato approvato un mio ordine del giorno che impegna l'esecutivo a utilizzare le risorse del Fondo Sociale per il Clima esclusivamente per la riqualificazione energetica degli alloggi popolari, garantendo diagnosi energetiche preventive, certificazioni dei risultati e sistemi di rendicontazione trasparenti. Una misura che richiama direttamente il Regolamento europeo 2023/955, istitutivo del Fondo Sociale per il Clima, nato per sostenere famiglie vulnerabili e contrastare la povertà energetica, visto che la crisi abitativa e quella energetica sono ormai facce della stessa medaglia. Ma su tutto il resto?
«Prima gli italiani» era stato lo slogan della destra in campagna elettorale. Ora, davanti ai tagli ai fondi per gli affitti, al ridimensionamento degli strumenti contro la morosità incolpevole e all'assenza di una vera strategia per l'edilizia pubblica, molti cittadini si chiedono se quella promessa non sia rimasta soltanto uno slogan. Perché uno Stato che non garantisce una casa dignitosa ai propri cittadini non sta semplicemente fallendo una politica pubblica, sta venendo meno a uno dei principi fondamentali della propria democrazia.
Con la legge di Bilancio 2023 il governo Meloni ha infatti deciso di non rifinanziare il Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione, istituito dalla legge n. 431 del 1998, che aveva raggiunto una dotazione di 330 milioni di euro. Una scelta che ha lasciato molti Comuni senza risorse per pubblicare nuovi bandi e sostenere migliaia di famiglie in difficoltà. Anche il Fondo per la morosità incolpevole, introdotto dal decreto-legge n. 102 del 2013 per aiutare gli inquilini colpiti da perdita del lavoro o riduzione del reddito, è stato progressivamente svuotato. Solo dopo le proteste è arrivato un rifinanziamento di appena 30 milioni di euro per il biennio 2025-2026, una cifra giudicata largamente insufficiente dalle associazioni degli inquilini.
La domanda è semplice: quante persone rischiano di essere sfrattate senza strumenti adeguati di sostegno? E soprattutto, dove andranno? La risposta del governo sembra essere quella di accelerare gli sfratti, non quella di prevenirli. Mentre le associazioni del settore chiedono investimenti strutturali per almeno 15 miliardi di euro in dieci anni, le risorse certe del Piano Casa appaiono limitate e frammentate. Il paradosso è evidente.
Si trovano miliardi per incrementare le spese militari. Si continuano a investire risorse pubbliche nel contestato progetto dei centri per migranti in Albania. Si punta su opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto, il cui costo stimato supera i 13 miliardi di euro. Ma quando si tratta di garantire il diritto alla casa degli italiani, improvvisamente mancano poche decine di milioni. Eppure l'articolo 47 della Costituzione impegna la Repubblica a favorire l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione. E l'articolo 3 richiama il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza dei cittadini. Per questo il diritto alla casa non può essere trattato come una voce residuale del bilancio pubblico. Dietro i numeri ci sono giovani coppie che rinviano la nascita di un figlio, studenti costretti a rinunciare all'università, lavoratori che non riescono più a pagare l'affitto, anziani soli che vivono nell'angoscia dello sfratto.
Piccolo spiraglio positivo: è stato approvato un mio ordine del giorno che impegna l'esecutivo a utilizzare le risorse del Fondo Sociale per il Clima esclusivamente per la riqualificazione energetica degli alloggi popolari, garantendo diagnosi energetiche preventive, certificazioni dei risultati e sistemi di rendicontazione trasparenti. Una misura che richiama direttamente il Regolamento europeo 2023/955, istitutivo del Fondo Sociale per il Clima, nato per sostenere famiglie vulnerabili e contrastare la povertà energetica, visto che la crisi abitativa e quella energetica sono ormai facce della stessa medaglia. Ma su tutto il resto?
«Prima gli italiani» era stato lo slogan della destra in campagna elettorale. Ora, davanti ai tagli ai fondi per gli affitti, al ridimensionamento degli strumenti contro la morosità incolpevole e all'assenza di una vera strategia per l'edilizia pubblica, molti cittadini si chiedono se quella promessa non sia rimasta soltanto uno slogan. Perché uno Stato che non garantisce una casa dignitosa ai propri cittadini non sta semplicemente fallendo una politica pubblica, sta venendo meno a uno dei principi fondamentali della propria democrazia.
* deputata M5S - Commissione Ambiente
(© 9Colonne - citare la fonte)





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