di Paolo Pagliaro
L’esperienza parlamentare di Carlo Cottarelli è durata pochi mesi. Fu eletto senatore del Partito Democratico il 25 settembre 2022 e annunciò le dimissioni nel maggio successivo. Non era d’accordo con la nuova linea del partito a guida Schlein, dissenso condiviso anche da altri parlamentari: a differenza loro, Cottarelli non era però trasmigrato altrove ma – per rispetto di chi lo aveva votato - aveva preferito lasciare il seggio e le relative prebende. In quei pochi mesi trascorsi a Palazzo Madama, l’economista che gli italiani avevano conosciuto come commissario straordinario alla spending review – nominato da Letta e rimosso da Renzi – aveva fatto in tempo a presentare un disegno di legge intitolato "Misure per la trasparenza dei programmi elettorali dei partiti". Prevedeva che questi ultimi dovessero indicare non soltanto le misure che intendevano adottare una volta al governo, ma anche quanto costavano e come si pensava di finanziarle, specificando se le risorse sarebbe derivate da tagli di spesa, maggiori entrate o nuovo debito. La proposta non vietava il deficit: per Cottarelli era legittimo che le maggiori spese o i tagli di tasse fossero finanziati facendo nuovo debito, ma lo si doveva dire chiaramente. L'obiettivo, insomma, non era tarpare le ali alla politica ma costringerla al realismo e all'onestà contabile. Uscito Cottarelli dal Parlamento, della legge non si sarebbe più parlato se questa settimana la Fondazione Luigi Einaudi, insieme allo stesso Cottarelli, non avesse lanciato una petizione per rilanciare il tema il Parlamento. La campagna si intitola "Quanto mi costa?" e sta raccogliendo migliaia di firme. I riferimenti internazionali non mancano. In Paesi come Olanda, Svezia, Australia e Canada esistono da anni uffici che valutano la sostenibilità dei vari programmi elettorali. Per i promossi il premio non sono voti ma buona reputazione, e talvolta le due cose coincidono.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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