Va bene, è estate, sicché tutto fa brodo per occupare l’attenzione dei lettori distratti dalle vacanze, però alcune vicende sono al limite dell’eccesso. Ci riferiamo innanzitutto alla vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, che si è scoperto orchestrato, in maniera apparentemente dilettantesca, dal suo amico Valter Lavitola, faccendiere già noto alle cronache politico giudiziarie.
Senza entrare nella valutazione poliziesca di quanto è accaduto, visto che non si dispone neppure di un quadro indiziario un minimo interpretabile, ci limitiamo a segnalare come siamo di fronte alla solita storiaccia politica: un giornalista d’inchiesta, ovvero costruttore di storie di denuncia su casi che possono fare scandalo, prima glorificato come l’inquisitore/denunciatore delle nostre corruzioni tanto da farne un quasi idolo del radicalismo di sinistra, poi da quegli stessi sponsor citato come obiettivo emblematico di un potere che voleva “intimidirlo”, infine ridimensionato come professionista con almeno una frequentazione amicale a rischio, frequentazione che gli si sta ritorcendo contro. Tutto questo occasione non per suggerire ai politici un po’ più di cautela nel magnificare, così come nel demonizzare un giornalismo spettacolo, ma per rilanciare l’attenzione sulla corta visione e la mancanza di (auto)critica da parte di personaggi che pensano ancora di guadagnare credito gettando in caciara ogni fatto di cronaca: vale per parlamentari di vario rito e per uomini del gran circo mediatico.
Quel che non si riesce a fare alimentando storiacce come quella citata, lo si fa esibendosi nel pettegolezzo politico. È un ingrediente tipico delle cronache estive che adesso vengono rese più pepate dalla presentazione delle lotte più o meno sotterranee che corrono fra gli sponsor dei vari candidati alla futura posizione di premier. La politica estera, e questa è una relativa novità, domina il lavoro di incoronazione o di demolizione di Meloni, Conte, Schlein, e si riflette poi sul posizionamento dei partiti e delle correnti.
Presentata in forma schematica, quasi farsesca per certi aspetti, la questione si presenta così: si discute su quale debba essere l’alleanza principe della politica internazionale italiana, se sia mantenersi ancorati nonostante tutto al versante americano scontando la scomoda presenza di Trump, se sia meglio abbandonarlo per ricucire con un Putin che qualcuno ritiene abbia qualcosa da offrirci, se sparigliare tutto avviando un processo di avvicinamento alla Cina vista come il futuro vincitore dello scontro fra gli imperi. Meloni viene vista come ancorata alla tradizionale prospettiva atlantica, Conte come intenzionato ad una postura filo-russa se pur con aperture non dette, ma risalenti ad alcuni suoi consiglieri, verso la Cina, Schlein incerta sul da farsi perché troppo presa dalla rincorsa verso i confusi movimentismi, pacifisti e neutralisti, che animano una quota non piccola dell’elettorato del cosiddetto campo largo.
Naturalmente a lato e intorno a queste figure dominanti si muovono molti ambienti che cavalcano varianti delle tre posizioni che abbiamo schizzato. È un dibattito che si svolge solo in minima parte in occasioni accessibili al grande pubblico, come però è avvenuto per esempio nel comizio di Napoli dei quattro leader del campetto largo (ristrettosi per le perplessità sullo spazio da dare ai centristi) quando Conte ha espresso la sua inclinazione anti-atlantista e pro Putin suscitando il risentimento della Schlein. Chi ha l’occhio un po’ addestrato ha capito subito che dietro l’uscita, apparentemente pro pacifista, del capo di M5S ci stava una presa di distanza dal progetto di fare della UE il robusto perno di un blocco di medie potenze, il che, sotto sotto, lo avvicina alle posizioni di Pechino le quali trovano ascolto in alcuni leader dei paesi emergenti (Brasiel, India, ecc.) e in Europa nelle posizioni del premier spagnolo Sanchez.
Non si può non vedere che posture del genere hanno qualche eco anche sulla destra, a cominciare dal generale Vannacci, che non nasconde le sue inclinazioni filo-Putin, ma anche in Salvini che ha una lunga storia di legami e scambi con Mosca. Meloni è fino ad oggi al di fuori di questo schema, ma sia alcuni retaggi della sua storia sia i suoi rapporti per quanto scricchiolanti col trumpismo le impediscono di schierarsi fino in fondo con la scelta europea come hub delle medie potenze, la quale include per ora anche la Gran Bretagna (se non cambierà posizione col nuovo leder laburista) e soprattutto il Canada di Carney, visto da alcuni come il vero cervello di questa operazione.
Il quadro che abbiamo cercato di interpretare ci porta però a sottolineare come esso di fatto porti ad una impasse della nostra vita politica. Adesso questo ultimo scorcio di lavori parlamentari prima della pausa agostana sarà assorbito dal dibattito finale sulla legge di riforma elettorale. Non è un passaggio banale, ma non è certo gestito bene. La maggioranza vuole portare a casa il primo step della riforma (in autunno si ratificherà in senato), ma non ha la capacità di coinvolgere il Paese in una legge che suona troppo tagliata sulle esigenze dei partiti. L’opposizione punta solo al rifiuto di qualsiasi dialogo come se essa fosse estranea a questo modo di impostare il tema, mentre in realtà pur con varianti essa è più che sulla stessa linea quanto a difesa del corporativismo partitico: solo che per ragioni di propaganda vuole accentuare l’immagine di un suo mondo del tutto diverso da quello che ruota intorno al governo.
Passerà l’estate e i nodi strutturali, più importanti per vincere le elezioni dei marchingegni legislativi, verranno progressivamente al pettine.
(da mentepolitica.it )
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