L’attuale processo di riforma dell’istruzione tecnica quinquennale si sta consumando nel vuoto quasi assoluto di un vero dibattito pubblico e scientifico. Un processo che sembra muoversi soprattutto lungo i binari di un preoccupante nominalismo, mentre le questioni sostanziali restano sullo sfondo. Non esiste uno spazio pubblico nel quale discutere, con rigore scientifico, di quale istruzione tecnica abbia bisogno l’Italia. L’aspetto forse più sconfortante è l’afasia completa delle opposizioni. Forze politiche incapaci non solo di proporre una visione alternativa, ma persino di alimentare un dibattito su un tema che riguarda contemporaneamente la scuola, il lavoro, l’industria, la competitività e il futuro dei giovani. La scuola non è un semplice fornitore di servizi burocratici, e non è un’area di parcheggio per i nostri giovani. È, per sua natura, l’archetipo delle organizzazioni orientate al futuro: il luogo nel quale una società dovrebbe essere capace di anticipare, interpretare e governare le trasformazioni che verranno. Eppure, le attuali traiettorie della riforma dell’istruzione tecnica sembrano dimostrare una radicale miopia metodologica. Pretendere di progettare il futuro chiedendo alle aziende, anche del territorio, quali siano i loro bisogni nell’orizzonte immediato significa voler rappresentare la complessità del mondo guardandola dal buco della serratura della propria abitazione. Schiacciare la riforma dell’istruzione tecnica sui bisogni contingenti delle singole imprese significa rinchiudere la visione strategica nel perimetro asfittico del proprio “cortile domestico”, mentre viviamo in un’economia globale. È un errore concettuale prima ancora che metodologico. Sarebbe come pretendere di riformare la sanità pubblica partendo dalle interviste ai cittadini sui propri personali malesseri. Il compito dell’istruzione tecnica non è formare tecnici “su misura” per le singole aziende. La scuola deve: costruire conoscenze e competenze che consentano ai giovani di essere cittadini consapevoli e protagonisti del sistema economico e sociale nel quale vivranno e lavoreranno. Piegarsi ai desiderata immediati delle imprese trasforma la scuola in una forza reattiva. La sua funzione dovrebbe essere soprattutto opposta: proattiva. Per questo un’istruzione tecnica degna di questo nome richiede ben altro rigore scientifico. Su quali orizzonti temporali, geografici e di contenuto dobbiamo concentrare le nostre osservazioni? Con quali criteri dobbiamo selezionare e campionare le imprese da analizzare? Come trasformiamo il dato grezzo proveniente dal mondo produttivo in informazione utile alla progettazione didattica? L’istruzione tecnica deve saper pensare globale per agire locale. Bisognava partire dagli Stati Generali dell’istruzione tecnica, convocando attorno allo stesso tavolo la scuola, il mondo della ricerca epistemologica, i sociologi dell’organizzazione, gli esperti delle politiche del lavoro, la società della conoscenza, le rappresentanze dei giovani e gli attori economici globali. I nostri ragazzi non emigrano semplicemente perché mancano bonus o incentivi. Emigrano perché una parte crescente di loro non trova nel mercato del lavoro italiano condizioni retributive, contrattuali e meritocratiche sufficienti per costruire dignitosamente il proprio futuro. Questo significa perdere capitale umano. E significa, soprattutto, senza pretendere improbabili rivoluzioni copernicane di cui il sistema scolastico non è capace, esistono almeno tre grandi analfabetismi che l’istruzione tecnica dovrebbe iniziare ad affrontare con decisione. Il primo è l’analfabetismo economico-finanziario. È una carenza strutturale che produce effetti pesanti soprattutto nel tessuto delle piccole imprese. Per affrontare questa cecità gestionale occorrerebbe introdurre, lungo tutti i cinque anni dell’istruzione tecnica, un insegnamento strutturato di “Organizzazione, Economia e Finanza”. Il secondo è l’analfabetismo energetico. Serve una disciplina quinquennale denominata “Energia”, capace di ricomporre e sviluppare in una logica integrata conoscenze oggi disperse tra scienze, fisica, chimica e discipline professionali. Il terzo è l’analfabetismo ambientale. Anche in questo caso servirebbe una materia quinquennale dedicata all’“Ambiente”, con particolare attenzione a temi strategici come il trattamento delle acque, dell’aria e la gestione dei rifiuti. La scuola continua a conoscere troppo poco il funzionamento concreto di un sistema economico e sociale e, soprattutto, di un’azienda. Alla scuola sfugge ancora quel modello di governance operativa che rappresenta uno dei motori fondamentali del funzionamento del Paese. Senza questa consapevolezza strutturale, l’insegnamento rischia di ridursi a una sterile frammentazione nozionistica. È uno dei temi centrali della mia pubblicazione: “Ricostruire l’istruzione tecnica – Ultima chiamata per rimanere la seconda manifattura in Europa, salvare la nostra economia e preservare il nostro welfare” – Ed. Guerini Next. Dentro questo quadro si inserisce un’altra decisione che solleva interrogativi pesanti: la trasformazione degli istituti tecnici in “licei”. Perché? Qual è la reale ragione di questa scelta? L’ipotesi più plausibile è che, dopo le molte incertezze accumulate, si tema un prossimo calo delle iscrizioni ai percorsi quinquennali. Un calo che potrebbe essere la conseguenza anche della mancata riforma sostanziale dell’istruzione tecnica, sostituita da una semplice manutenzione ordinaria – e nemmeno straordinaria – del sistema. Ma come si concilia tutto questo con la sbandierata riforma del 4+2? Rischia di rivelarsi per quello che ho sempre sostenuto: un percorso quadriennale di addestramento professionale, certamente necessario, al quale viene concesso il passaporto dell’esame di maturità per consentire l’accesso all’università. Se gli istituti tecnici dovessero davvero trasformarsi in licei, la filiera del 4+2 perderebbe persino la propria collocazione sistemica. A meno di non assistere a un ulteriore paradosso: chiamare “liceo tecnico quadriennale” anche quel percorso che, nella sostanza, continuerebbe a essere un binario di formazione e addestramento professionale. Ancora una volta, il rischio è confondere il cambiamento del nome con il cambiamento della sostanza. Ma il problema non è il nome. Il problema è ciò che c’è dentro. Un’Italia che perde i propri giovani migliori e non dispone di un’istruzione tecnica di eccellenza rischia di trasformarsi in un “hub del lavoro povero”. Questo è il possibile esito di una politica che non riesce a collegare scuola, industria, lavoro, innovazione, salari, produttività e welfare dentro una stessa visione strategica.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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