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direttore Paolo Pagliaro

TRUMP: ZELENSKY?
CI STA DANNEGGIANDO

TRUMP: ZELENSKY? <BR> CI STA DANNEGGIANDO

Lo spettro della disgregazione dell’apporto americano (se non di buona parte del blocco “occidentale”) alla resistenza ucraina all’invasione russa va sempre più concretizzandosi. Nella notte italiana, il residente americano Donald Trump ha rincarato i recenti attacchi a Volodymyr Zelensky affermando che “è più difficile lavorare” con quest’ultimo “che con Putin”. Un tycoon infuriato ha quindi sottolineato che la ripresa degli attacchi di Kiev contro le raffinerie russe è una “vergogna”, ha dichiarato giovedì Donald Trump, alzando ancora una volta la voce contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il presidente statunitense ha rilasciato questa dichiarazione nel corso di una lunga intervista a Newsmax nella quale The Donald non esita a sostenere che “Tutto ciò che Volodymyr Zelensky fa è far salire i prezzi globali del petrolio” quando avrebbe “molti altri obiettivi che si possono colpire. Ma – ha aggiunto Trump – quando spari alle raffinerie di gasolio, dove si produce gasolio, un prodotto di cui abbiamo bisogno e di cui ha bisogno il mondo intero, allora non stai rendendo un buon servizio al mondo”. Dunque, ha aggiunto l’inquilino della Casa Bianca, “Zelensky non è la persona giusta per raggiungere un accordo. Dice di voler raggiungere un accordo, ma non è vero. Non vuole accontentarsi. Non mi piace, non sono un suo ammiratore”.

LA "STANCHEZZA" EUROPEA E LO SCONTRO TRA ZELENSKY E LE PEN. Il progressivo raffreddamento dei rapporti tra Washington e Kiev trova uno specchio fedele sul continente europeo, dove la tenuta del sostegno all'Ucraina appare sempre più incrinata dall'usura politica e dall'ascesa di forze scettiche. Se da un lato il blocco dei cosiddetti “volenterosi” — guidato da Paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia e le nazioni baltiche — continua a rivendicare l'intransigenza di fronte alle pretese del Cremlino, dall'altro lato cresce la pressione dei movimenti anti-supporto. Tale spinta è particolarmente evidente sia nell'estrema destra sia nelle frange della sinistra radicale continentale, dove le argomentazioni legate al costo della vita e alla necessità di una de-escalation diplomatica trovano un seguito significativo.

Un esempio emblematico di questo riposizionamento è rappresentato dalle recenti esternazioni di Marine Le Pen in Francia. Nella giornata di ieri si è consumato uno scambio a distanza tra Zelensky e la leader del Rassemblement National. Il presidente ucraino, in un'intervista pubblicata dal Financial Times, ha sottolineato che Parigi “può solo trarre vantaggio” dalla cooperazione bellica e tecnologica con Kiev, evidenziando che “Noi diamo qualcosa in cambio” e aggiungendo che “la signora Le Pen non coglie appieno certi dettagli”. La replica della leder storica della destra transalpina non si è fatta attendere: dopo aver annunciato l'intenzione di interrompere gli aiuti finanziari a Kiev a sei mesi dall'eventuale elezione all'Eliseo, Le Pen ha dichiarato ieri sera ai microfoni del canale CNews che “Se il signor Zelensky desidera che ne discutiamo, sarò lieta di recarmi in Ucraina”. Un confronto che riflette la profonda incertezza sul lungo periodo, specie considerando che dall'inizio dell'invasione nel febbraio 2022 i dati dell'Istituto di Kiel evidenziano come la Francia abbia erogato a Kiev circa 27 miliardi di euro tra aiuti diretti bilaterali (7,9 miliardi) e contributi agli incentivi europei (19 miliardi).

IL GUANTO DI SFIDA DI KIEV: ATTACCHI ALLE RAFFINERIE E STALLO STRATEGICO. Di fronte ai pressing arrivati dalla Casa Bianca per indurlo a una posizione più docile, l'inquilino del palazzo presidenziale di Kiev ha scelto la strada del confronto aperto. Ieri, a poche ore dalla sua partenza per il vertice europeo di Bruxelles, Zelensky ha annunciato la ripresa formale dei raid con droni e missili a lungo raggio contro le raffinerie di petrolio e gasolio situate in territorio russo. La decisione ha interrotto una pausa tattica di alcuni giorni che era stata espressamente richiesta dalle autorità di Washington. L'annuncio ha provocato forte irritazione a Washington, poiché domenica scorso il leader statunitense aveva proclamato una moratoria unilaterale sugli attacchi a lungo raggio tra le due nazioni in guerra, rivelando inoltre l'intenzione di concludere un accordo commerciale con Mosca per l'acquisto di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo al fine di calmierare i prezzi dei carburanti sul mercato interno americano. Rifiutando questo schema, la leadership ucraina rivendica la necessità strategica di colpire l'apparato economico-militare che finanzia l'aggressione russa, anche a costo di incrinare la sintonia con i propri alleati d'oltreoceano.

L'ESCALATION RUSSA CONTRO LA RETE ENERGETICA UCRAINA. La ritorsione di Mosca non si è fatta attendere e punta dritta al cuore del sistema civile ed energetico ucraino. Secondo quanto emerge da un documento di intelligence russo intercettato dai servizi di Kiev, trasmesso agli alleati europei e analizzato dal New York Times, lo Stato Maggiore russo avrebbe redatto un piano dettagliato per mettere fuori uso le infrastrutture energetiche vitali di Kiev, Kharkiv e Odessa nel giro di un mese. Il piano stima che un impiego combinato di 70 missili balistici, 720 droni kamikaze a lungo raggio e 150 bombe guidate sia sufficiente a privare i tre principali agglomerati urbani del Paese dell'erogazione di elettricità, riscaldamento e acqua potabile, riducendone le capacità operative fino al 90%. I calcoli russi fanno leva sul progressivo svuotamento delle scorte di difesa aerea di Kiev, in particolare per quanto riguarda i missili intercettori Patriot. Le difficoltà della difesa antiaerea ucraina si sono del resto palesate nei riscontri operativi di mercoledì, quando le forze di Kiev sono riuscite ad abbattere soltanto 4 dei 39 missili balistici lanciati dalle forze armate russe. Nella serata di ieri, un ulteriore e massiccio attacco contro nodi critici della rete elettrica ha provocato estesi blackout nella capitale e nei distretti limitrofi, come confermato dal Ministero dell'Energia ucraino.

LA FRONDA DEL CONGRESSO AMERICANO CONTRO L’OK AL DIESEL RUSSO. La linea di apertura verso Mosca intrapresa dalla Casa Bianca incontra tuttavia una forte opposizione bipartisan all'interno del Congresso degli Stati Uniti. Domenica scorsa, una prima lettera firmata da sette senatori (quattro repubblicani e tre democratici) ha contestato la strategia dell'amministrazione; l'appello si è allargato martedì a dodici membri del Senato per poi culminare ieri con una dura presa di posizione firmata da 22 deputati della Camera dei Rappresentanti.

Nelle comunicazioni indirizzate al Presidente, al Segretario di Stato Marco Rubio e al Segretario al Tesoro Scott Bessent, i parlamentari chiedono la piena e immediata attuazione, entro il termine fissato del 18 ottobre, del pacchetto sanzionatorio approvato a settembre. Nello specifico, si richiede che le misure punitive colpiscano in modo rigoroso i funzionari russi, gli istituti di credito coinvolti nel finanziamento dello sforzo bellico e gli operatori marittimi della cosiddetta “flotta ombra” usata per eludere i tetti al prezzo del greggio, oltre all'imposizione di dazi d'ingresso sui Paesi che continuano ad approvvigionarsi da Mosca. Nella lettera si sottolinea che “Putin ha dimostrato più volte di rispondere alle pressioni, non alla buona volontà”, bocciando senza appello ogni ipotesi di alleggerimento delle restrizioni sul diesel russo.

IL QUADRO MILITARE E LE VALUTAZIONI DELL'ISW. Sotto il profilo strettamente tattico, le recenti analisi pubblicate dall'Institute for the Study of War (ISW) tracciano la mappa di un conflitto caratterizzato da un continuo e logorante attrito, in cui le forze russe mantengono un ridotto e costoso margine di avanzamento territoriale a fronte di perdite elevate. Secondo le rilevazioni dell'istituto di ricerca americano, nell'ultimo mese di operazioni le truppe di Mosca hanno registrato un guadagno netto limitato ad appena 16 miglia quadrate di territorio ucraino. I bollettini evidenziano come la Russia stia cercando di compensate la lentezza delle manovre terrestri potenziando drasticamente le sue capacità tecnologiche d'attacco. Rilievi satellitari confermano infatti la rapida costruzione, completata in circa sei settimane nella regione di Rostov, di un'imponente infrastruttura dedicata al lancio di droni d'attacco a reazione. La struttura comprende otto rampe e 32 zone di preparazione, pensate per accelerare il deployment dei nuovi modelli veloci e complicare il lavoro dei sistemi di intercettazione di Kiev. Dall'altro lato, le forze armate ucraine mantengono la pressione con incursioni mirate contro gli aeroporti militari in territorio russo — come dimostrato dall'attacco condotto nella regione di Voronezh contro le basi aeree della Marina — e continuano a fare affidamento sull'impiego massiccio di droni tattici sul fronte est e sud per contenere la pressione dell'artiglieria avversaria. (16 OTT – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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