L’Europa, o meglio “più Europa”, è quanto viene riproposto dalle forze politiche liberal democratiche e da tantissimi intellettuali, soprattutto in Italia. Tuttavia, questa indicazione sta perdendo attrattiva sugli elettorati, e non solo tra i populisti. Trovo sorprendente che manchi la consapevolezza di questa evidenza, e ancor più la comprensione che proporre concetti vaghi o proposte che, dopo molte ripetizioni, non si realizzano, è estremamente negativo. Il cosiddetto progetto Draghi, a mio parere, è assai poco realizzabile nei termini ipotizzati e non riuscirebbe ad affrontare gli attuali problemi sociali dell’Europa, proprio perché i proponenti non li hanno compresi. Più in generale, chi invoca “più Europa” chiede una maggiore integrazione, anche attraverso l’abbandono dell’unanimità, ma manca un’analisi accurata dello stato dell’Unione e di come i cittadini la guardano. L’Europa comprende ormai 27 Paesi, ma esiste un nucleo più omogeneo, legato dall’euro, che dovrebbe essere il perimetro di una maggiore integrazione. Si confondono così il continuo allargamento e la ricerca di un’Europa più integrata ed efficace. A questo si aggiungono istituzioni dai ruoli poco chiari, una Commissione con poteri limitati rispetto ai governi nazionali e una struttura burocratica enorme, che produce regole spesso frenanti per l’innovazione. Non vanno dimenticati i grandi vantaggi del progetto europeo, dalla libera circolazione di merci e persone. Ma i criteri strategici degli anni Novanta sono ormai superati e contraddittori: la preminenza del mercato ha svuotato le capacità d’intervento degli Stati, mentre la regolamentazione europea è diventata un freno. Serve quindi una strategia diversa, che parta da azioni realizzabili subito. È urgente stabilizzare i debiti pubblici e ridurre il costo del loro finanziamento. Una possibilità è costituita da massicci acquisti di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea, per ridare stabilità ai mercati e spazio ai bilanci degli Stati. Occorre inoltre ripensare il sistema delle riserve bancarie e sostenere gli investimenti in settori strategici e infrastrutture, anche attraverso risorse pubbliche e co-investimenti con i privati. Per il loro utilizzo si potrebbe guardare al modello cinese, che sostiene l’imprenditorialità privata con finanziamenti pubblici, affidando allo Stato la definizione delle aree prioritarie e lasciando che le imprese competano per ottenere le risorse. Non quote prestabilite per Paese, dunque, ma un sistema competitivo e trasparente. I grandi fautori di un’Europa più integrata non hanno capito, o non vogliono capire, che una maggiore integrazione economica cambia radicalmente i rapporti di forza tra i Paesi e mette in discussione gli interessi nazionali, ancora centrali per i cittadini. Un cambiamento drastico e immediato è oggi impossibile, ma si può creare un’area di sperimentazione che, se avrà successo, diventi l’avamposto del futuro cambiamento. È arrivato il momento di riconoscere che l’impostazione economica classica dei partiti liberal democratici è legata a regole ormai superate anche dagli Stati Uniti. Continuare a difenderle rischia di essere la palla al piede dalla quale l’Europa deve liberarsi.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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