Altro che una guerra “praticamente vinta” come affermato nei giorni scorsi (per l’ennesima volta) dal presidente americano Donald Trump. L’Iran non solo appare lontanissimo dal darsi per battuto, ma nelle ultime ore ha lanciato una “sfida” al Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) affinché fornisca prove indipendenti a sostegno delle sue affermazioni sulle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz. “Dimostrate la vostra affermazione di aver effettuato operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz con prove indipendenti, non con una semplice dichiarazione!”, ha scritto in un post su X il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, generale di brigata Abolfazl Mohebi, aggiungendo che “la realtà dello Stretto di Hormuz si determina nei cieli, sulla terraferma e in mare, non sui social media o nelle sale di guerra mediatica americane”.
LA BATTAGLIA NAVALE E IL NODO DELLE ROTTE COMMERCIALI. La contrapposizione verbale si specchia direttamente nei bollettini operativi che arrivano dal Golfo Persico. Ieri, in mattinata, le Guardie Rivoluzionarie iraniane avevano dichiarato che tre petroliere erano state messe fuori uso dopo aver urtato delle mine nello stretto, e il Centro per le operazioni di commercio marittimo della Marina britannica ha in seguito confermato che un'imbarcazione nella zona era stata avvistata in fiamme. La frizione sui flussi di transito marittimo affonda le radici nelle settimane precedenti. A fine agosto, il presidente americano Donald Trump e il capo del CENTCOM, l'ammiraglio Brad Cooper, avevano insistito sul fatto che le principali rotte di navigazione dello Stretto di Hormuz fossero state bonificate dalle mine e fossero sicure per le navi commerciali. In una dichiarazione pubblicata online, Cooper aveva affermato che l'esercito statunitense aveva sminato “meticolosamente e silenziosamente” i dispositivi precedentemente posizionati dalle Guardie Rivoluzionarie. “Grazie all'incredibile lavoro dell'esercito statunitense, le rotte di transito riconosciute a livello internazionale nello stretto sono libere da mine marine iraniane”, aveva dichiarato, aggiungendo: “Oggi le rotte marittime internazionali sono aperte e la situazione sta migliorando”.
Alle rivendicazioni di Washington si contrappone la linea dura di Teheran. La marina iraniana ha condotto più di venti operazioni contro navi da guerra statunitensi e circa trecento operazioni contro interessi americani in varie località durante il conflitto, ha affermato il vice ammiraglio coordinatore della marina militare iraniana, Jalil Moghadam, in un'intervista pubblicata dall'agenzia di stampa statale IRNA. Moghadam ha sostenuto che le azioni hanno coinvolto missili e droni, ribadendo che la forza navale della Repubblica Islamica rimane operativa nonostante gli annunci contrari dell'inquilino della Casa Bianca. “Se la Marina iraniana è stata distrutta, perché queste forze non si sono avvicinate a meno di 500 o 600 chilometri dallo Stretto di Hormuz, o a meno di 300 chilometri dai nostri confini marittimi? C'è una forza che si frappone tra loro e il loro obiettivo, e quella forza deve essere la Marina”, ha affermato il rappresentante militare di Teheran.
IL BLOCCO DELLE ROTTE E GLI AVVERTIMENTI DI TEHERAN. La situazione sul campo resta estremamente volatile. La marina iraniana ha dichiarato che una petroliera, ritenuta responsabile di violazione delle restrizioni marittime, è stata danneggiata e ha preso fuoco dopo aver urtato delle mine marine a est dello Stretto di Hormuz, rendendola incapace di proseguire la navigazione. In un comunicato, la forza armata ha precisato che l'incidente è avvenuto prima di mezzogiorno di ieri, mentre l'imbarcazione stava navigando in un'area designata come proibita e pericolosa dall'Iran. Mentre gli Stati Uniti hanno incoraggiato gli armatori a utilizzare una rotta marittima a sud dello Stretto di Hormuz, l'Iran ha ribadito che le navi possono transitare esclusivamente attraverso le rotte settentrionali da esso autorizzate. Il comunicato ufficiale ha ammonito che lo Stretto di Hormuz è da considerarsi chiuso “alle imbarcazioni che, senza coordinamento e facendo affidamento sulle menzogne del presidente degli Stati Uniti, intendono attraversare aree proibite e pericolose”. La nota ha inoltre sottolineato: “Questi transiti non coordinati attraverso aree ad alto rischio hanno esposto e continueranno a esporre le navi e i loro equipaggi a gravi pericoli”.
DIPLOMATICI AL LAVORO E SANZIONI ECONOMICHE. Sul fronte politico e diplomatico, i canali di comunicazione restano complessi e frammentati. Secondo l'agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, strettamente affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane, l'Iran non ha ancora risposto a una lettera inviata dal vicepresidente statunitense JD Vance al segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei. In un post pubblicato sul suo account Telegram ufficiale, la stessa agenzia ha riferito che Teheran non è disposta a rinunciare ad alcuna delle sue condizioni principali per un cessate il fuoco, tra cui la revoca del blocco americano dei porti iraniani, l'allentamento delle sanzioni e l'accesso ai beni finanziari congelati all'estero. Se diverse testate giornalistiche hanno interpretato la missiva di Vance a Rezaei come un tentativo di riavviare i negoziati di pace, Trump ha dichiarato mercoledì che si trattava di un'iniziativa mirata unicamente a facilitare l'arrivo di forniture mediche in Iran. Lo stesso vicepresidente JD Vance ha dichiarato che il presidente americano non permetterà che il conflitto si trasformi in una “guerra senza fine”, confermando l'impegno nel conseguimento degli obiettivi strategici di Washington. Nel frattempo, sul piano economico, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent afferma che l'Iran sta faticando a pagare le proprie truppe e a finanziare gli alleati regionali, mentre l'amministrazione intensifica la pressione delle sanzioni contro Teheran.
(30 OTT – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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