Una forte attenzione all’emigrazione contemporanea, letta come risorsa e non solo come problema; una visione “sistemica” della presenza italiana nel mondo, con l’idea di coordinare meglio istituzioni, imprese e comunità. Inoltre, una costante preoccupazione per l’immagine e la percezione del made in Italy, considerata cruciale in un mondo sempre più competitivo. È la figura che è stata Alfredo Mantica, sottosegretario agli Affari Esteri tra con delega agli italiani nel mondo nei governi Berlusconi IV tra il 2001 e il 2011, scomparso oggi all’età di 83 anni, uno dei volti più attivi della Farnesina degli anni Duemila sul tema dell’emigrazione contemporanea e della promozione del “Sistema Paese”. Eletto per la prima volta al Senato nel 1987 con il Movimento Sociale Italiano, viene riconfermato più volte (per Alleanza Nazionale e poi per il Pdl) fino al 2013, rappresentando la Lombardia/Monza. A Mantica venne affidata la delega per gli italiani all’estero in seno al Ministero degli Affari Esteri, in un contesto di riorganizzazione della rete consolare e di attenzione crescente alle comunità italiane nel mondo. Il suo primo viaggio tra le comunità all’estero fu in Argentina e Brasile, “dai più lontani e numerosi”, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi offerti.
Uno dei contributi ricorrenti di Mantica in quegli anni è la distinzione tra due “storie” diverse dell’emigrazione italiana: l’emigrazione “classica”, spesso vissuta come una storia “di serie B”, legata alla miseria e alla speranza, oggi musealizzata a Roma; l’emigrazione “in business class”, ovvero chi parte non per necessità ma per fare carriera, spesso assunto da grandi multinazionali o come professionista altamente qualificato. Per Mantica, questa seconda ondata non era semplicemente una “fuga di cervelli”, ma “una grande opportunità” per l’Italia, a patto di saperla mettere in rete e valorizzare.
In diversi interventi riportati da 9colonne negli anni, Mantica spiegava che la Farnesina si era posta con lui il problema di come reggere, in futuro, la crescente competizione internazionale e la necessità di fare più “sistema”. Da qui l’idea di una nuova Direzione Generale per il Sistema Paese, pensata per coordinare meglio gli strumenti di promozione dell’Italia nel mondo (Ice, Simest, Enit, ecc.) e ridurre la frammentazione percepita dagli investitori stranieri. Mantica immaginava anche un “Palazzo Italia” all’estero, un luogo unico dove concentrare le diverse sigle istituzionali, per semplificare la realtà e offrire un punto di riferimento chiaro a chi vuole investire o collaborare con l’Italia.
In occasione della conferenza “Protagonisti italiani nel mondo”, a Villa Manin (Codroipo) nel 2010, Mantica si soffermò in particolare sulla necessità di “fare rete” tra gli italiani di successo all’estero, per sostenere il Sistema Paese, e sulla percezione del made in Italy nel mondo, con esempi come la Ferrari, che in Cina molti studenti di ingegneria “credono sia tedesca”. Infine, l’importanza di trasmettere un’immagine “più vera, magari meno brillante ma più reale” dell’Italia, per abbattere un “deficit culturale” nella rappresentazione del Paese. Per Mantica, gli 80 imprenditori italiani provenienti da 28 paesi riuniti a Villa Manin non erano che lo specchio di una presenza all’estero “molto variegata, complessa”, da valorizzare come risorsa strategica.
Voto all’estero e riforma Comites
Quelli con Mantica sottosegretario furono anche anni di accese discussioni sul voto dall’estero e sulla riforma dei Comites: fu lui a proporre un decreto legge per modificare le modalità del voto degli italiani all’estero, in risposta a criticità emerse nelle consultazioni precedenti. Al Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) si trova al centro di uno scontro sul rinvio delle elezioni dei Comites, organismi di rappresentanza delle comunità.
Mantica, nel suo impegno alla Farnesina, toccò anche temi di politica estera più ampi, difendendo il ruolo delle forze armate italiane nelle missioni di pace. Su tutti il caso Unifil in Libano, dove – diceva – “Israele e Libano ci hanno pregato di prolungare il periodo di comando del generale Graziano”, e ricordava i giudizi positivi del generale Usa David Petraeus sull’operato italiano. Per lui, le forze armate rappresentavano un’eccellenza italiana nel peacekeeping e uno strumento di mediazione e credibilità internazionale.
(sis – 17 set)
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